Il Tirreno

lo spettacolo e l’emergenza 

«La tv non può salvare il teatro» Lo Monaco spinge per riaprire

Gabriele Rizza
«La tv non può salvare il teatro» Lo Monaco spinge per riaprire

L’attore contrario alle ricette per supportare il settore in questa fase di crisi «I politici parlano di calcio, ristoranti, parrucchieri ma mai del nostro mondo»  

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firenze

Da Monica Guerritore a Massimo Popolizio, da Ugo Pagliai a Gabriele Lavia, da Stefano Massini a Luca Barbareschi si rinnovano gli appelli per ridare, se non certezze quanto meno prospettive, al mondo dello spettacolo dal vivo. Il teatro su tutti. In questo momento di vuoto e di attesa, il futuro del palcoscenico si prospetta molto complicato. Cosa dobbiamo aspettarci e quale potrebbe essere un rimedio, seppur temporaneo, alla voragine in atto?

Un contributo alla discussione arriva da Sebastiano Lo Monaco. «In nessuno degli ambienti politici, culturali, intellettuali, sento usare la parola spettacolo – dice l’attore – ci si preoccupa, giustamente, dei ristoranti, dei parrucchieri, dei calciatori, ma non sento mai nominare la parola teatro. Il nostro mondo è composto da artisti, attori, registi, scenografi, ma anche cantanti lirici, direttori d’orchestra, coristi, senza contare che dietro le quinte ci sono macchinisti, attrezzisti, sarte, elettricisti e sono tante ditte all’esterno che lavorano perché la macchina possa funzionare. È una filiera lunga e virtuosa che coinvolge anche gli spazi del tempo libero che ruotano attorno ai teatri. Quando a Milano è stato chiuso il Carcano, dove lavoravo, bar e ristoranti vicini non avevano più clienti».

È pur vero che il ministro Dario Franceschini ha appena annunciato un finanziamento speciale di 20 milioni oltre ai contributi ordinari del Fus (Fondo unico per lo spettacolo). È solo una goccia? Cosa ne pensa?

«Penso che sinceramente non ho capito bene dove dovrebbero andare questi soldi: alle compagnie che non sono finanziate dal Fus? Ma ho capito ancora meno la stimabilissima collega, oltre che amica, Monica Guerritore, che l’altra sera intervistata da Lilli Gruber proponeva di risolvere il problema affidandone le sorti e delegandone gli esiti, confidando nell’aiuto della televisione. Un medium salva teatro che col teatro non ha niente da spartire. Con tutto il rispetto, su questo bisogna essere chiari, la televisione con il teatro dal vivo non c’entra niente. Il teatro da sempre, da quando è nato come specchio simbolico della realtà, si svolge con tre elementi fondamentali: necessari, essenziali e ancora oggi indispensabili che sono l’autore, l’attore e il pubblico: vogliamo perdere, o chiudere non sappiamo per quanto tempo, un evento che esiste da tremila anni?».

Quindi l’aiuto che la televisione in questi tempi può dare, tipo messa in onda di vecchi spettacoli o creane di nuovi, è inutile?

«Non dico questo, dico che si tratta di un modo diverso di andare in scena, un’esperienza che con la forma teatrale ha poco o niente da spartire e che perciò dovremmo chiamare con un altro nome, non più teatro».

Per Lo Monaco, che ha interrotto la tournée di “Antigone” e che in luglio avrebbe debuttato al festival scespiriano di Verona con un “Amleto” riscritto da Francesco Niccolini, per la regia di Alessio Pizzech, non ci sono mezze misure.

«Preferirei rischiare di morire vivendo piuttosto che vivere da morto come mi capita ormai da due mesi». —



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