Gioco
Verde, teatri all’aperto e lavoro condiviso Così il virus cambierà i nostri spazi pubblici
Intervista a Stefano Boeri, l’architetto del bosco verticale «A Prato un pezzetto di futuro, Roma può essere l’esempio»
Ilenia Reali
Ci sono embrioni, spesso progettuali, che raccontano già il nostro modo di abitare e di vivere la città del futuro. A Milano, nel centro direzionale dove si trova il bosco verticale, a Roma dove il recupero del quartiere della Garbatella ha ricreato spazi a misura d’uomo diluendo case, spazi verdi e spazi sociali e in Toscana, a Prato, dove il recupero di tre edifici e il percorso Urban jungle di riqualificazione della città punta a creare percorsi verdi per una nuova qualità della vita. Il dopo Covid ci farà riscoprire la misura del quartiere con locali per il coworking per lavorare a due passi da casa ma con un’elevata dotazione tecnologica, laboratori sanitari per filtrare gli accessi negli ospedali e parchi e giardini – riscaldati – in cui organizzare spettacoli e percorsi d’arte anche in inverno. È questo il cambiamento delle nostre vite, in rapporto ai luoghi in cui viviamo che immagina Stefano Boeri, ricercatore internazionale di progettazione urbanistica e di architettura, presidente della Triennale di Milano, e maestro nella riqualificazione delle città.
Open space trasformati in uffici, smart working improvvisati in cucina e in salotto. Questa esperienza cambierà il nostro modo di abitare?
«Dobbiamo capire fino a che punto questa pandemia resterà attiva come rischio. Finché non avremo il vaccino resterà il timore e questo ci porterà ad avere comportamenti diversi. Dovremo prepararci ad avere cautele. Continuerà il lavoro da casa e il distanziamento dei corpi. Questo tipo di precauzione, anche se non normata, resterà un comportamento implicito. Abbiamo imparato che infezioni di questo tipo possono provocare tragedie e anche quando la situazione di emergenza sarà finita il nostro modo di rapportarci sarà modificato. Lo spazio domestico dedicato al lavoro diverrà fondamentale. Oggi del resto abbiamo strumenti che ci permetteranno di fare questo. Ma a cambiare in tempi brevi non credo saranno le nostre case».
Come ci organizzeremo, quindi?
«Ci saranno sempre più spazi di lavoro di coworking. Ce ne saranno in ogni quartiere. Usciremo di casa e andremo in questi luoghi, distanti poche decine di metri. Saranno dotati di infrastrutture tecnologiche, di spazi e dotazioni di sicurezza adeguati. Torneremo a parlare di prossemica, lascienza che studia lo spazio e le distanze in chiave di comunicazione, tanto in auge negli anni Settanta».
Cambieranno i nostri comportamenti. Al lavoro ma anche nei luoghi pubblici.
«Abbiamo le piazze e questo ci rende fortunati. Acquisiremo nuovi comportamenti nella fruizione dei luoghi pubblici. Avremo bisogno di città con spazi verdi diffusi, non grandi prati ma percorsi che collegano piccoli spazi dove ognuno potrà trascorrere del tempo senza avere intorno tanta gente. Quasi degli spazi per un’utilizzazione privata da usare con intelligenza come a Milano nella Biblioteca degli alberi di Petra Blaisse. Quello del bosco verticale credo sia un modello di spazio pubblico per il futuro».
Al cinema, al teatro, ai concerti, che tipo di spazi avremo?
«Le piazze torneranno a essere i luoghi dello spettacolo. Il cambiamento climatico ci aiuta e staremo all’aperto anche in inverno. Tutti abbiamo fatto concerti di Capodanno o seguito iniziative per le feste di Natale fuori. Lo faremo molto di più e comunque non è impossibile pensare a sistemi di riscaldamento all’aperto. Questa sarà un’innovazione nella progettazione che dovrà essere portata più avanti di adesso. Avremo schermi e palchi all’esterno. L’alternativa sarebbe la solitudine domestica, ma nel nostro modo di godere la cultura e l’arte c’è insito uno sguardo collettivo. È un elemento fondamentale».
Non potremo però vivere la socialità sempre all’aperto. Come trasformeremo architettonicamente i nostri teatri.
«Ci sarà una modalità di fruizione diversa, una diluizione delle opere che permetterà a più utilizzatori di essere presente nei musei. Sarà consentito l’accesso di un numero ridotto di visitatori. Inizialmente avremo norme specifiche da seguire e potremo realizzare strutture con una doppia versione che ripete i rapporti dimensionali tra acustica, spazio e pubblico. Due sale con il palcoscenico al centro come nel teatro d’avanguardia del primo Novecento. A Shenzhen siamo rimasti in dieci studi a partecipare al concorso per la progettazione del teatro dell’Opera e stiamo immaginando un doppio utilizzo anche con il pubblico intorno al palco».
Una soluzione che c’è già negli stadi.
«Lì dovremo operare una riduzione del pubblico. Ci sarà chi è disposto a spendere molto di più per avere più spazio a disposizione. Si potranno acquistare “isole” da condividere con i figli e gli amici. Con coloro di cui insomma ti fidi. Ci saranno le curve degli immuni e quelle degli infettabili, dei vaccinati e di chi invece non lo è. Gli spazi più ampi e più costosi per gli scettici».
È uno scherzo?
«No. Sarebbe la rovina, io che sono così appassionato, ma non è così lontano dalla realtà e non dobbiamo escluderlo».
A Prato sta lavorando al recupero di tre edifici per trasformarli in case per alberi. Un progetto innovativo sul modello del bosco in città. La sede di Estra, la municipalizzata, ha nei primi schizzi un bosco anche sul tetto. Sarà una sala d’aspetto del futuro?
«I progetti di Prato sono un frammento di futuro che hanno già in sé alcune risposte. Una miglior qualità della vita all’aperto significa una presenza di alberi, di arbusti. L’esercizio che dobbiamo fare è di pensare al verde non solo come spazi ornamentale ma come luoghi per pulire l’aria. Alcuni studi stanno collegando la presenza di polveri sottili come una delle cause della diffusione maggiore dei casi di Covid in Lombardia e nella pianura padana. Pulire l’aria, in linea generale, è uno strumento formidabile per curare e curarci dal punto di vista della salute: il verde trasmette comfort ed è dimostrato che i tassi di mortalità sono più bassi nelle zone con più verde. Dovremo creare intorno alle nostre città zone forestabili dedicate solo alla vita di specie non domestiche. Noi abbiamo occupato aree di altre specie e dovremo restituirle. Prato è una città che ha vissuto tutti i conflitti del ’900, è una città forte. E molto prima di altre città ha accettato la sfida ambientale grazie anche alla lungimiranza dell’assessore all’urbanistica Valerio Barberis».
Il suo progetto in Messico va in questa direzione?
«Lì stiamo progettando una città nuova, vicino a Cancun. Una città autosufficiente dal punto di vista energetico, alimentare. Completamente sostenibile. Qui stiamo parlando di una città da costruire, diverso è nelle nostre città in cui dovremo recuperare spazi per avere sistemi di sanità più decentrati per capire prima e in spazi ristretti eventuali emergenze. Spazi dove trasferire fasi diagnostiche e terapeutiche senza concentrare tutto negli ospedali. Le nostre città dovrebbero essere meno dense, con edifici mediamente alti e spazi più aperti con una grande qualità tecnologica. Non è impossibile, a Eindhoven lo stiamo facendo con un progetto di edilizia sociale, a prezzi bassi. Tengo molto a quel progetto».
Qual è la città che più di altre è vicina a questo concetto di futuro?
«Roma, oggi così maltrattata, è un pezzo di futuro. Dispersa in un territorio ampio, ha inglobato spazi pubblici, luoghi di condivisione, quartieri».
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