Sicurezza
Con un amico si sorride anche delle malattie
Luchini protagonista di “Il meglio deve ancora venire” Su Instagram legge poesie. Qui parla di Moretti e Benigni
Fulvia Caprara / ROMA
Con la sua voce limpida, capace di piegarsi a qualunque esigenza istrionica, il divo francese Fabrice Luchini ha deciso di offrire il suo contributo all’emergenza Covid-19 leggendo su Instagram, ogni due o tre giorni, una poesia di Jean De La Fontaine. La prima è L’orso e il giardiniere, parabola istruttiva sui pericoli del non sapere: «Un amico ignorante è peggio di un nemico leale». Giorni fa, durante la trasmissione francese C’a’ vous, dove si è presentato completo di perfetto corredo anti-virus, dal gel disinfettante al termometro («stamattina ho già misurato due volte la febbre, sono a posto»), Luchini ha dichiarato che «l’isolamento è la sola attitudine civica e ragionevole da assumere in questo momento».
Proprio questa settimana sarebbe dovuto arrivare nelle sale, distribuito da Lucky Red dopo l’anteprima all’ultima Festa del cinema di Roma, il film di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte “Il meglio deve ancora venire”, un’altra delle perle di Luchini, in una stagione cinematografica trionfale che lo ha visto passare dal successo del “Mistero di Henri Pick”, regia di Rémi Bezançon, a quello di “Alice e il sindaco” di Nicolas Parisier: «Recitare - dice al termine di un incontro che, normalmente, si chiamerebbe intervista, ma che, nel suo caso, diventa show vero e proprio - significa mentire, sul serio, nel migliore dei modi. I cattivi attori sono quelli che si fanno riconoscere».
Galante con le signore, vulcanico, esuberante, incapace di rinunciare alla battuta, dovesse anche costargli la vita, Luchini, parlando di se stesso, chiama in causa Roberto Benigni: «Apparteniamo a generi diversi di recitazione, ma io, come lui, mi sento molto legato alla letteratura e penso che il pubblico mi percepisca così». Il vero idolo, però, è Nanni Moretti, cui Luchini dedica un discorso dai toni scherzosamente appassionati, a metà strada tra il panegirico e la solenne presa in giro: «Amo Moretti, i suoi pantaloni di velluto, le sue Clarks, lo trovo grandioso. Veste ancora come un militante di sinistra Anni 70, e resiste indomito all’immonda omologazione. Sarei felice di lavorare con lui». Anche a costo di fare mea culpa: «È come se lui avesse scelto Wagner e Brecht, io, invece, come Flaubert, continuo a occuparmi di quotidiane sciocchezze».
Di questi impegni fa parte un mestiere che Luchini svolge a meraviglia, divertendosi un mondo a denigrarlo: «Non seguo nessuna regola nel costruire i miei personaggi, ogni sceneggiatura ha un suo specifico modo per essere interpretata». Una regola applicata anche nel “Meglio deve ancora venire”, commedia degli equivoci in cui Luchini è Arthur, amico da sempre di Cèsar (Patrick Bruel), deciso a rendere migliori quelli che, per un errore di diagnosi, dovrebbero essere (e invece non sono) gli ultimi giorni di vita del suo compagno di avventure: «È un film di dialogo, in cui mi è stato chiesto di recitare in sottrazione, non dovevo fare altro che risultare credibile. Diciamo che, in genere, faccio film diversi, stavolta dovevo toccare, senza timori, le corde delle emozioni». Se deve fare un paragone, Luchini cita il cinema di Luigi Comenicini, «quello a vocazione popolare, che riesce, nello stesso tempo, a far ridere e piangere. La storia racconta di come con l’aiuto di un amico si possa sorridere anche della malattia».
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