Il Tirreno

IL FILOSOFO

Dopo il Coronavirus l’alternativa ai barbari è il “comunismo dei disastri”

Slavoj Žižek*
Dopo il Coronavirus l’alternativa ai barbari è il “comunismo dei disastri”

Idee per uscire indenni e migliori dalla pandemia mondiale. Il filosofo Slavoj Žižek nel suo nuovo libro elabora una ricetta

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La situazione presente è profondamente politica: ci troviamo di fronte a scelte radicali. Chissà, in alcune parti del mondo il potere dello Stato potrebbe dissolversi o quasi, i signori della guerra locali magari controlleranno i loro territori nello scontro generale per la sopravvivenza alla Mad Max, tanto più se nuove minacce dovessero stagliarsi all’orizzonte (ad esempio, una carestia causata dalle grandi invasioni di locuste). È possibile che i gruppi estremisti adotteranno la strategia nazista «che i vecchi e i deboli muoiano per rafforzare e rinverdire la nostra nazione» (sembrerebbe che alcuni gruppi si siano già messi a incoraggiare i membri che hanno contratto il coronavirus a diffondere il contagio tra gli agenti di polizia e gli ebrei, secondo le informazioni raccolte dall’Fbi).

Una versione capitalista più raffinata di una tale ricaduta nella barbarie è già oggetto del dibattito pubblico negli Stati Uniti – ecco un paio di esempi: in un tweet di domenica 22 marzo, sul tardi, il presidente degli Stati Uniti ha scritto in maiuscolo: “Non possiamo permettere che il rimedio sia peggiore del problema stesso. Trascorso un periodo di quindici giorni, decideremo quale sarà la strada da prendere” (New York Times, 24 marzo).

Il vice-presidente Mike Pence, alla guida dell’unità operativa della Casa Bianca incaricata di occuparsi del coronavirus, quello stesso giorno aveva già detto che i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (Centers for Disease Control and Prevention, CDC) avrebbero fornito indicazioni il lunedì per permettere alle persone già esposte al coronavirus di tornare prima al lavoro. La scorsa settimana, il comitato di redazione del Wall Street Journal così ammoniva: «I funzionari federali e statali ora devono cominciare a ritoccare la strategia contro il virus, se si vuole scongiurare una recessione economica che eclisserebbe la crisi del 2008-09”» (Guardian,23 marzo).

Vale la pena citare questi brani perché mandano un chiaro messaggio: la scelta è fra (chissà quante) vite umane e il «modo di vita» capitalistico americano – e, in questa scelta, sono le vite a perdere…

Ma si tratta dell’unica scelta possibile? Non abbiamo già iniziato a fare, qua e là, persino negli Stati Uniti, qualcosa di diverso?

Di certo un intero Paese o persino il mondo non possono stare nell’isolamento totale all’infinito – ma lo si può trasformare, riavviare in un modo nuovo.

È palesemente insufficiente la posizione di chi ritiene la crisi un momento apolitico in cui il potere dello Stato dovrebbe svolgere il proprio compito mentre noi dovremmo limitarci a seguirne le istruzioni, nella speranza che una parvenza di normalità venga restaurata in un futuro non troppo lontano.

Dovremmo seguire Immanuel Kant che scrisse riguardo alle leggi dello Stato: «Obbedite, ma ragionate, mantenete la libertà di pensiero!». Oggi abbiamo più bisogno che mai di quello che Kant chiamava «uso pubblico della ragione».

È questo il momento di prendere decisioni difficili. A chi sottolinea che si tratta solo di un’epidemia che ha causato un numero relativamente esiguo di morti sfugge proprio questo: sì, sarà solo un’epidemia, ma ora capiamo che gli avvertimenti al riguardo erano pienamente giustificati, e che non se ne vede la fine. Naturalmente possiamo adottare un atteggiamento di «saggia» rassegnazione e dire «l’umanità ne ha viste di peggiori, allora le pestilenze nel Medioevo…» – ma il fatto che ci sia bisogno di un paragone del genere è piuttosto eloquente. Il panico in cui ci troviamo testimonia del fatto che c’è una sorta di progresso etico in corso, ipocrita com’è: non siamo più capaci di accettare un destino di pestilenze.

A questo punto s’inserisce il mio «Comunismo» che non è un sogno fosco ma solo il nome di qualcosa che si è già avviato (o che perlomeno è avvertito da molti come una necessità), il nome per i provvedimenti che sono stati già presi in considerazione e in parte addirittura attuati. Quindi non si tratta di una visione di un futuro luminoso, piuttosto di un «Comunismo dei disastri», un antidoto al «Capitalismo dei disastri». Non solo lo Stato dovrebbe assumere un ruolo molto più attivo – riorganizzare la produzione di beni di cui c’è urgente bisogno, come mascherine, kit per tamponi, respiratori, disporre la requisizione di alberghi e altri centri, provvedere alla sussistenza di chi ha perso il lavoro ecc. – ma in sostanza tutto questo andrebbe fatto in sprezzo dei meccanismi del mercato.

Si pensi solo ai milioni di persone che almeno per un periodo resteranno senza un lavoro, senza un senso, come gli impiegati nel settore turistico – la loro vita non dovrebbe in nessun modo essere abbandonata ai meri meccanismi del mercato o agli incentivi una tantum. E non ci scordiamo che i rifugiati provano ancora a penetrare in Europa – ci rendiamo conto di quanto debbano essere disperati se questo spazio totalmente isolato a causa dell’epidemia ai loro occhi conserva ancora la sua attrattiva? Altri due aspetti emergono con chiarezza. Il sistema sanitario istituzionale dovrà fare assegnamento sull’aiuto delle comunità locali per la cura dei vecchi e dei deboli ecc.

Per di più, all’estremo opposto, bisognerà organizzare una sorta di cooperazione internazionale efficace per la produzione e la condivisione delle risorse – se gli Stati si isolassero, scoppierebbero guerre. Ecco cosa chiamo «Comunismo», e non vedo nessuna alternativa a questo tranne la barbarie. —

* filosofo sloveno

(Traduzione di Valentina Salvati)


 

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