La protesta
«Colgo l’opportunità del silenzio e di avere tutto il tempo»
Nel 2012 ha pubblicato “Metafisica della peste” saggio che partiva da un morbo assassino per scandagliare i misteri dell’esistenza
Quale può essere il senso di un’epidemia catastrofica il filosofo Sergio Givone se lo chiese già nel 2012, in un libro intitolato “Metafisica della peste” , edito da Einaudi.
Spaziando da Lucrezio a Boccaccio, da Manzoni a Camus, quel saggio partiva dal morbo assassino per scandagliare i misteri dell’esistenza: il significato della vita e della morte, il ruolo benefico e malefico della natura, il dominio del caso o del destino. Per questo motivo Givone sembra oggi l’intellettuale più attrezzato ad affrontare la fenomenologia del coronavirus.
C’è un metodo filosofico che può esserci utile per la situazione che stiamo vivendo?
«Visto che tanti parlano di stato di eccezione, mi viene in mente Thomas Hobbes: la sua filosofia nasce intorno al concetto che si può rifondare lo stato sociale a partire dall’abolizione di ogni norma. Un nuovo inizio, con il dittatore che decide per tutti: un’idea che piacerebbe a chi oggi si appella al fantomatico commissario».
Non credo che sia la strada giusta.
«Neanche io. Se c’è un insegnamento che ho imparato dai pensatori che ho studiato per scrivere quel mio libro è che ciascuno di noi prenda consapevolezza della nostra natura, cioè della nostra fragilità, di essere quello che siamo; oggi un virus ce lo ricorda, quanto siamo esposti. Bisogna che ciascuno si faccia responsabile, ma perché hai capito chi sei».
Sentendoci vittime del contagio, per difenderci invochiamo l’imposizione.
«E sbagliamo, perché l’imposizione provoca sempre una risposta trasgressiva di ribellione. Inoltre non dimentichiamoci che il contagio ci vede sia vittime sia portatori del male».
Come vive questi giorni di coronavirus?
«Con un senso di totale insicurezza per una pandemia luttuosa di cui non si vede la fine, ma anche cogliendo l’opportunità di dover fare i conti con me stesso e di averne finalmente tutto il tempo. In questa dilatazione temporale ho il piacere di trovare “quello per lo quale nacqui” , come diceva Machiavelli: i libri e il silenzio».
Si trova nella sua casa di Firenze?
«Sì, abito in centro e Firenze è una città rumorosa, la mia casa di solito è un rimbalzare di voci. Invece il silenzio è la condizione per ascoltare le cose degne di essere ascoltate».
Il nostro tempo invece detesta il silenzio. Lo ha cacciato da ogni luogo, con musiche, jingle e rumori. Perfino dai negozi e dagli ascensori.
«Il motivo è che fa emergere la voce da dentro, a cui tendiamo a mettere il silenziatore perché è una voce fastidiosa, che ci dice cose non sempre piacevoli sul nostro conto. Il silenzio è terapeutico: fa bene all’anima».
Molti hanno criticato aspramente quelli che cantano dalle finestre o organizzano flashmob sui balconi, rimproverandoli perché non è aria di far festa.
«Non sono d’accordo. Alla morte è giusto contrapporre la vita, l’arte, la bellezza. Non la trovo una mancanza di rispetto, anzi l’esatto opposto. Da casa mia in questi giorni ho visto uno che ha aperto la finestra e ha suonato il violino. Un altro recitava Dante. Mi hanno fatto una bella impressione».
Nei Promessi sposi, don Abbondio definisce la peste “una scopa che ha spazzato via certi soggetti” , ma è il personaggio più squalificato della nostra letteratura.
«Infatti è una definizione da don Abbondio, che Manzoni non approva di certo. Ma se la peste ci aiuta a fare silenzio, ha ottenuto qualcosa». —
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