La protesta
«Dire di avere paura è un atto di coraggio»: la lezione di Giorello per evitare la psicosi
Lo studioso dalla sua casa di Milano: «In questo periodo non bisogna nasconderci la realtà e tenere i nervi saldi»
Giulio Giorello, chiuso nella sua casa al centro di Milano, si sente nell’occhio del ciclone. Non solo del coronavirus, che nel capoluogo lombardo sta dando il peggio di sé, ma soprattutto delle telefonate che lo sollecitano, con un articolo o una dichiarazione, a pronunciarsi ora come filosofo della scienza, ora come epistemologo, ora come opinionista. Visto che è anche un esperto di fumetti, lo interpelliamo allora come texologo.
Giorello, come affronterebbe l’epidemia il suo amato Tex Willer?
«Lui tende a risolvere i problemi in modo drastico, con una pallottola calibro 45. Ma in questo caso sarebbe proprio fuori strada».
Lei ha paura del coronavirus?
«A proposito di strada, sto guardando dalla finestra della mia casa in via Santa Sofia, a Porta Romana, in genere animatissima, questo panorama irreale: la strada deserta, le vie traverse vuote, il bar chiuso, così come tutti gli altri negozi. Non è una grande allegria, c’è un’aria sinistra. Speriamo che almeno voi in Toscana riusciate a contenere il contagio. Sì, ho paura e non mi vergogno a dirlo».
Come trascorre questi giorni di coronavirus?
«Scrivendo un libro proprio sulla paura, partendo per l’appunto dalla paura del coronavirus».
Per dire che cosa?
«Che la paura è una compagna che dobbiamo tenere presente in molte situazioni della nostra vita. L’importante è avere il coraggio di dire che si ha paura, non mentire a se stessi. Altrimenti cresce dentro di noi che la dissimuliamo a noi stessi e diventa psicosi. Il primo passo per dominarla è riconoscerla e ammetterla. In questo caso nasce dall’ignoto: un virus che non si conosceva, per cui ha prima spiazzato e poi sconcertato tutti, anche gli esperti».
Come possiamo gestire la paura?
«Bisogna soprattutto evitare di ingigantirla e, per raggiungere un certo senso di distacco, non dobbiamo rifiutare di guardarla in faccia e sapere che cosa c’è. Ammettere di avere paura significa avere coraggio. Viltà è nasconderci la realtà e scappare, le fughe non sono mai molto eccitanti».
In pratica, che cosa significa?
«Significa che questo coronavirus per ora non se ne va, anzi. E dunque è bene che ci abituiamo per un po’ ad agire e a lavorare con un’epidemia pandemica. Il rischio è che, dopo alcune settimane, cedano i nervi, prevalga un atteggiamento non di equilibrio. È necessario scongiurare che, alla lunga, prevalgano posizioni terroristiche».
Parla dei politici o dei media?
«Di alcuni dell’una e dell’altra categoria. Il nostro governo mi pare che, in una situazione così grave, anomala e imprevedibile, si stia comportando bene, con moderazione ed equilibrio, facendo giustamente un passo alla volta e navigando a vista, per aggiustare piano piano la rotta giorno dopo giorno. Ma tra i personaggi che ci circondano, gli esempi deleteri non mancano. Mi preoccupano, per esempio, certi atteggiamenti di Matteo Salvini».
Ribadisce la sua fiducia nella scienza e nei medici?
«Assolutamente sì. Sono sicuro che la medicina ha serie speranze e mezzi concreti per contrastare il coronavirus. Basta darle tempo. Per questo nell’attesa è fondamentale non perdere il controllo e mantenere i nervi saldi. Solo così potremo fare le scelte giuste. E in un simile frangente non possiamo permetterci quelle sbagliate».
A me verrebbe da sperare in Dio, ma lei, che è un laico di ferro, in chi spera?
«Ho molta speranza nella capacità dell’italiano di reagire in modo non banale, di sorprendere positivamente tutto il mondo, come è successo sempre nei momenti di grande difficoltà».
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