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Violenza sulle donne, pene esemplari: ma non è il futuro, siamo nel 1207
Lo statuto di un borgo tra Emilia e Lunigiana: morte per chi stupra, condannato chi abusa di prostitute
Il futuro è nel passato remoto. Avanti è indietro. Si trova nelle parole scritte in un italiano scolpito, appena sbozzato. Lingua da Appennino tosco-Emiliano, Pre-dantesca, lontana da Firenze. Siamo nel 1207, nella contea di Vallisnera, feudo minuscolo di signori con origini longobarde, discendenze toscane ed emiliani per geografia. In questi luoghi, di cui resta memoria in un paesino in provincia di Reggio Emilia - entrano in vigore pene esemplari per la violenza contro le donne, quando l’Europa non è neppure un’idea. Qui lo stupro 8 secoli fa è punito con la morte. L’incesto è condannato. Le prostitute non si possono violentare senza essere condannati. Non si può giocare d’azzardo, avere un incarico pubblico è un dovere. Tutto è messo nero su bianco. Nello statuto di Vallisnera. Le vere radici della democrazia d’Europa. Otto anni prima della Magna Charta inglese.
VIDEO. 8 marzo: le parole di Mattarella
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I diritti delle donne
Giovanni Senzaterra - il re inglese - davanti ai conti Niccolò e Zibello che il 4 maggio 1207 sottoscrivono lo Statuto di Vallisnera appare un dilettante della democrazia. Il suo “atto illuminato” viene «concesso ai sudditi». A Vallisnera lo statuto - in 80 articoli - viene «elaborato dai signori» ricostruisce lo storico Umberto Maria Zappa ma «dopo aver convocato il parlamento. E al parlamento lo presentano per la discussione, l’eventuale revisione e l’approvazione». Roba da restare a bocca spalancata, anche in Toscana primo Stato dell’Europa moderna ad abolire la pena di morte. In venti righe, infatti, più di 800 anni fa, in un feudo fra la Lunigiana e il confine con l’Emilia, signori illuminati creano la prima legislazione di tutela dei diritti delle donne.
Codice rosso medievale
Il Codice rosso ai tempi del Medioevo. «Non mi meraviglio - commenta Giuliana Valisneri Vicedomini, insegnante di San Vincenzo, discendente “costiera” dell’antico casato che nei secoli ha perso territori e una “l” nel cognome - perché i miei antenati sono sempre stati avanti». Al punto da aver abolito la schiavitù nei propri possedimenti già verso l’anno Mille. Comportamenti quasi “eretici” per l’epoca. Che giustificano, però, questo articolo 66 intitolato “Della pena del raptore ò uiolatore” (violatore: la u sostituiva la v).
L’esordio dell’articolo è fulminante: «Se alcuno (lo riportiamo in italiano “antico”, senza doppie e qualche strana h, ma non nella versione originale) violerà nello territorio soprascritto (la contea di Vallisnera) o rapirà alcuna donzella, o maritata e sposa contra la sua volontà in qualunque cosa sia, o la condurà in sua balia ch’altrimenti si d’honesta vita facendole forza, e terrore con arme e senza; o (se violerà) vedove venendo nelle forze sia PUNITO DI MORTE e ultimo supplizio in modo che egli muoia e l’anima si divida dal corpo». La norma è scritta con una chiarezza da fare invidia ai legislatori attuali. E sorprende l’ampia casistica di “delitti contro le donne” presi in considerazione.
Violenza sulle nubili
Lo stesso articolo 66 prevede che la donna violata possa essere una fanciulla non maritata. La renga - il parlamento - decide che seduttore e sedotta possano volersi per «marito e moglie e vogliano vivere pacificamente insieme». In quel caso sono «tenuti a copularsi per matrimonio insieme e quel seduttore del suo avere deve fare una dote (alla ragazza) di 50 libre imperiali». Ma non basta: lo stupratore deve risarcire anche al fisco dei Signori 50 libre imperiali.
Ora qui c’è un passaggio delicato. Stride con il nostro sentire contemporaneo. Meno con il nostro diritto, se pensiamo al delitto d’onore e al matrimonio riparatore contemplati dalla nostra legislazione e mentalità fino a pochi decenni fa. Infatti nel 1207 a Vallisnera al matrimonio per riparare allo stupro si procedeva «per volontà dei parenti e attinenti più prossimi della Donna»: la violenza era considerata un disonore per la famiglia. Come in Italia fino al 1996: lo stupro era un reato contro la morale. Almeno, a Vallisnera, come giustificazione potevano addurre il calendario: correva l’anno 1207.
Se non ripari
Ma lo Statuto aggiunge che «quando (i parenti) non gliela volessero dare per moglie (la fanciulla violata), abbiano luogo le pene pecuniarie e quando (lo stupratore) non avesse il modo per pagare tale quantità, (il seduttore) sia incarcerato privandolo d’ogni sua sostanza applicando all’offesa e del resto sia punito nella persona ad arbitrio delli signori». Insomma: se il matrimonio riparatore salta, lo stupratore deve risarcire la famiglia e deve essere punito a discrezione dei governanti.
Lo stupro delle maritate
E se a essere violata fosse una donna maritata? Anche in questo caso lo Statuto è esplicito: Se «adulterata è una donna maritata per forza o contra sua voglia, e defendendosi e altri modi a lei possibile, l’adultero e compagni a tal delitto siano puniti della già detta pena e morte». Stesso “castigo” per il «rapiente (rapitore) o cognoscente o stuprante una vedova e di chi facesse incesto con monacha o parente fra’ quarto grado senza dispensa della Santa Chiesa».
Donne disoneste
E «se tal violenza fosse commessa contra donna di vita inhonesta?». Il colpevole non la può passare liscia. Non a Vallisnera. «Sia ad arbitriale pena dei Signori e in loro assenza del podestà, in base alla propria coscienza». Anche le prostitute, dunque, nella contea di Vallisnera avevano diritto a giustizia. Magari una giustizia “diminuita”, ma era pur sempre Medioevo.
«Di sicuro i miei avi avevano una coscienza impensabile per l’epoca. Ma anche per i secoli successivi. Infatti - riprende Giuliana Valisneri Vicedomini - hanno governato senza comportarsi da feudatari. Abolirono anche le tasse gravose che avevano imposto gli altri signori: non volevano vessare, volevano trattare le persone con rispetto. Senza distinzione di genere. Lo spirito che ha animato l’antico Statuto di Vallisnera si è tramandato nella mia famiglia che non ha mai reclamato titoli né terre. Uno degli ultimi nobili si è mantenuto facendo il cantoniere».
Nei secoli, il casato si è disperso in vari rivoli. «Noi siamo stati famiglia di migranti, con una certa fortuna. I miei antenati sono stati in Argentina, Brasile, New York. Mia nonna è nata in Brasile, poi è rientrata in Italia. Ho avuto una famiglia in cui le donne negli anni ’50 e ’60 guidavano. Ho avuto una madre che era alla guida di una piccola azienda. Per me combattere contro le differenze di genere è naturale. Da insegnante, da giornalista, in tutte le professioni che ho svolto. Di progetto in progetto. Il prossimo? Riprendere una proposta di legge contro la violenza verbale».
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