Il Tirreno

l’intervista 

A “ciabattare” tra i fornelli, «Riscopriamo l’Artusi e la sua cucina che è felicità»

Irene Arquint
A “ciabattare” tra i fornelli, «Riscopriamo l’Artusi e la sua cucina che è felicità»

Luisanna Messeri dedica il suo nuovo libro al “padre” dei cuochi italiani «Le mode passano, i veri sapori no»

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Ecco un libro che riporta in auge il “ciabattare in cucina”, come lo definisce Luisanna Messeri, ospite fissa alla Prova del Cuoco, che prendendo per mano la giovane Angela Simonelli ha rivisitato in chiave moderna alcune ricette dell’Artusi.

Messeri, descriviamolo meglio questo concetto.

«Piero Camporesi diceva che quando le donne hanno smesso di ciabattare in cucina è finita una civiltà. Sebbene le mode che imperversano vadano nella direzione opposta, ho tentato una rivoluzione tra le mura domestiche, per restituire alla cucina di casa orgoglio e dignità. Il mio sogno è ricostruire l’epica del tempo bello dedicato consapevolmente al cibo, alla famiglia. Ciabattare è libertà, silenzio, pensieri che viaggiano mentre giro il riso nella casseruola o sbuccio le patate. Veniamo da decenni d’irresponsabilità culinaria, anni in cui nessuno ha più voluto spendere un neurone in cucina delegando l’industria a fare per noi. Abbiamo abdicato a modelli e gesti che venivano da lontano, abbiamo perso i nostri saperi e sapori buttandoci nelle braccia del cibo industriale. Non mi pare una grande idea. Penso che il nuovo ciabattare sia tutta un’altra cosa dal vecchio. Intanto perché è una scelta e non un’imposizione, è conquista e non ripiego, è allegro e non malinconico. Insomma è figo e unisex».

In questi giorni di chiusura delle scuole, a casa con i bambini ci sarà molto da fare. Per non farli annoiare può essere un’idea metterli ai fornelli?

«Diamo loro fiducia, facciamoli divertire con mestoli e tegami. Scegliamo insieme una bella ricetta per costruire insieme un nuovo modo di stare in cucina. Anzi un vecchio modo, quello che si è perso quando la cucina è diventata una stazione di rifornimento ma non d’invenzione e produzione. Certi stop che la natura ci impone sono anche momenti di ripensamento e di crescita. Ne usciremo migliorati».

Il suo libro si intitola “Le Stories di #Artusi” e lo dedica ai figli Cosimo e Maddalena inserendo quell’hashtag. Perché?

«Volevamo raccontare la storia dell’uomo Pellegrino Artusi, la genesi del suo ricettario che sebbene scritto 150 anni fa, è moderno. E parlare anche ai più giovani. Se la nostra cucina ha conquistato il mondo una ragione c’è e si chiama tradizione, identità: in cucina non vale la pena di cadere preda delle mode, le mode passano. E allora teniamoci stretta la nostra storia: il pane di ieri è buono domani. Per questo ho dedicato il libro ai miei figli, perché non c’è tesoro più grande del sapere e della cultura da lasciare in eredità».

Quelle scelte dal grande campionario artusiano sono ricette di grande resa, che con poca fatica e spesa possano soddisfare il palato. Può essere uno slogan per affrontare questi giorni d’immobilità forzata?

«I momenti di pausa sono preziosi perché permettono di pensare, crescere e imparare. Chissà quante volte ci siamo detti: se avessi tempo. Ecco, ora lo abbiamo, approfittiamone. E proviamo, mettiamoci in cucina a spadellare nuove ricette, vecchi sapori. Ne abbiamo solo da guadagnare, anche in serenità».

Semplicità, stagionalità e passione sono tre concetti grazie ai quali Artusi non passerà mai di moda. Che siano anche quelli da cui ripartire per ricucire i rapporti sociali e far fronte ai momenti di emergenza?

«Certamente. Chi ha voglia di sovrastrutture in questo momento? Ci basta qualche buon ingrediente, un buon libro un bel film e passa la paura».

È questo un Artusi quasi raccontato come una favola, come un eroe epico, pensavate ai bambini?

«Ci piaceva raccontare la storia di un uomo che ha vissuto un’epoca particolare come è stata quella del Risorgimento italiano, epoca di grandi cambiamenti storici e scientifici. Artusi passa indenne attraverso l’800 e arriva al primo decennio del ‘900, ne vede di tutti i colori. Ma lui, con le sue forze riesce a raggiungere ciò che vuole, a fare la vita che gli somiglia. Impegno, passione e dedizione pagano: questo è il messaggio da fare arrivare ai ragazzi. Artusi è un uomo che mai si è lasciato sopraffare dalla disperazione: a 70 anni inizia un nuovo capitolo della sua lunga vita, vent’anni di lavoro, successo, fortuna e felicità che lo porteranno ad essere il padre riconosciuto della cucina italiana, colui che ha rivoluzionato le tavole con allegria e semplicità. Andrebbe fatto rileggere a molti dei nostri chef “di baldacchino”, come amava prenderli in giro lui». —
 

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