Gioco
Chatrian: «L’Italia del cinema è cambiata adesso sa parlare tutte le lingue del mondo»
La prima edizione del direttore piemontese è già un successo: cartellone più snello e 20mila spettatori in più del 2019
Su una lavagna magnetica con i titoli dei film in gara, una giornalista, che chiede pareri a chi esce dalle proiezioni o sta per entrare alle conferenze stampa, piazza voti e preferenze. Su ogni quadratino c’è un Orso d’Oro, vince chi ne ha di più e, per ora, il titolo più votato era Favolacce dei fratelli D’Innocenzo.
Alla Berlinale è tempo di verdetti e dei primi bilanci, particolarmente significativi, visto che l’edizione n. 70 segna l’esordio da direttore artistico di Carlo Chatrian, 48 anni, nato a Torino e cresciuto in Valle d’Aosta, affiancato, per l’aspetto organizzativo, da Mariette Rissenbeek. Più snella (60 titoli in meno rispetto al 2019), molto seguita (i primi dati parlano di 272mila biglietti venduti, 20mila in più dell’anno scorso) la Berlinale 2020 ha affrontato la scommessa difficile di restare festival internazionale, con titoli di richiamo e presenze di divi, ma anche di dare più spazio alla visione di un direttore cinefilo, propenso, come lui stesso ha dichiarato, a valutare i film più per il loro linguaggio che per il tema trattato.
Chatrian, qual è il momento della rassegna di cui è più contento?
«Alcune cose sono state, per me, completamente nuove. Per esempio l’arrivo di Johnny Depp, con la folla di ragazzine che quasi gli saltavano addosso, oppure le file di spettatori in attesa di vedere il film di Sally Potter con Javier Bardem, un pubblico di città, con cui mi fa piacere confrontarmi. E poi sono soddisfatto di come è andata la nuova sezione “Encounters”, una raccolta di film unici, audaci, basati su principi rigorosi, che hanno avuto il loro pubblico. Abbiamo fatto vedere Malmkrog di Cristi Puiu, 3 ore di saggio filosofico, in una sala di 700 posti, che è rimasta piena fino alla fine».
E il momento più difficile?
«Il giorno dell’inaugurazione ha coinciso con quello del massacro di Hanau. In genere l’apertura di un festival comunica un senso di felicità e invece io e Mariette abbiamo dovuto gestire l’emozione provocata da una tragedia».
Il primo proposito per la prossima edizione?
«Riguarda me stesso, è una cosa che non avevo messo in conto, vorrei dialogare con il pubblico in tedesco, in modo più spedito, quindi devo imparare meglio la lingua».
Perché è ancora importante un festival in un’epoca in cui tutto si potrebbe fare a distanza, con streaming e link?
«La Berlinale racconta che le persone vere hanno piacere e voglia di incontrarsi in sala. I festival non sono solo essenziali per la promozione di film che, in loro assenza, non avrebbero vita, ma anche in quanto luoghi vitali per gli spettatori, proprio perché ormai, nel resto dell’esistenza, siamo abituati a contatti diversi. Condividere 2 ore in una sala con sconosciuti è ancora qualcosa che la gente vuol fare».
Quest’anno, nella rassegna, il cinema italiano ha avuto un posto di spicco. Perché?
«A Berlino il cinema italiano è sempre stato presente, negli ultimi anni 2 film hanno vinto l’Orso d’oro. È chiaramente un cinema che conosco bene, ma i film selezionati sono stati scelti per il loro valore. I titoli italiani sono stati ricevuti molto bene, dalla stampa e dal pubblico, è una conferma di vitalità. Penso che ci sia stato, negli ultimi tempi, un cambio di prospettiva nella produzione, le storie raccontate parlano anche a spettatori non italiani, c’è un linguaggio più aperto. Favolacce, per esempio, è un film che potrebbe essere stato girato da un indipendente americano, mentre Pinocchio coinvolge artisti mondiali».
Che impressione le ha fatto Roberto Benigni sul palcoscenico della Berlinale?
«Sono cresciuto con lui, quand’ero direttore di Locarno gli svizzeri mi dicevano che gli assomigliavo, ma secondo me non è vero. Averlo qui è stata una gioia». –
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