Il Tirreno

1820-2020 

Vieusseux a Livorno in quarantena ideò di vivere di “cultura diffusa”

Alessandro volpi
Vieusseux a Livorno in quarantena ideò di vivere di “cultura diffusa”

Il Gabinetto di lettura fiorentino fu pensato in un lazzaretto nella città labronica, qui viveva la famiglia di Giovan Pietro

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Alessandro volpi

Nel gennaio del 1820, a Palazzo Buondelmonti, in pieno centro a Firenze, Giovan Pietro Vieusseux, un mercante ginevrino, nato sulla costa ligure, apriva un Gabinetto letterario e scientifico, destinato a divenire negli anni successivi uno dei luoghi più vivaci della cultura italiana.

L’idea era quella di mettere a disposizione di viaggiatori di passaggio durante il loro grand tour in Italia, dei forestieri che soggiornavano nella capitale granducale da tempo e dei fiorentini libri e riviste provenienti da mezza Europa, consultabili nelle sale dell’austero palazzo, in prestito o in abbonamento. Vieusseux aveva capito infatti che stava formandosi un mercato della lettura, composto non solo da un numero crescente di intellettuali, ma anche da curiosi, da commercianti in cerca di notizie, da “borghesi” desiderosi di farsi una cultura e da numerosi altri fruitori di beni culturali in grado di restituire le immagini e i contenuti di un mondo in rapido cambiamento. Questo universo di lettori non poteva certo essere soddisfatto dalle fredde biblioteche delle coltissime accademie settecentesche e neppure dal sistema di approvvigionamento librario esistente fino ad allora in Toscana, troppo limitato e sprovvisto delle ormai necessarie aperture internazionali.

Il Gabinetto di lettura fiorentino avrebbe dovuto così rispondere alle esigenze di un pubblico composito che chiedeva, in estrema sintesi, un costante aggiornamento sulle novità, da quelle letterarie, a quelle scientifiche e, per quanto consentito, politiche, ottenuto a prezzi sostenibili; gli abbonamenti alla biblioteca del Gabinetto e ai suoi prestiti erano un’ottima soluzione in tal senso. Per rendere ancora più accattivante questa offerta culturale lo stesso Vieusseux concepì nel 1821 una rivista, l’ “Antologia”, che avrebbe dovuto presentare estratti delle opere rintracciabili presso il suo Gabinetto. Prendeva corpo in tal modo un vero e proprio sistema commerciale animato dai nuovi prodotti culturali dell’editoria, negli anni post napoleonici più remunerativi di altre tipologie di merci. Quando Giovan Pietro Vieusseux avviò una simile impresa, a Firenze, aveva quarant’anni e li aveva trascorsi proprio facendo il mercante, o meglio ancora il “négociant”, Suo nonno Jacques, amico di Rousseau, e suo padre Pierre, avevano seduto nel Consiglio dei Duecento a Ginevra e avevano dovuto fare i conti con le tensioni rivoluzionarie che a più riprese avevano messo a repentaglio i loro traffici di olio e di tessuti. Pierre, in particolare, si era trasferito ad Oneglia e qui aveva cercato di resistere alle innumerevoli traversie che caratterizzavano quegli anni difficili.

Aveva costruito una rete di corrispondenti per rifornirsi di merci e per venderle, aveva cercato di legarsi ad alcune Case bancarie che gli fornissero i mezzi di pagamento utilizzabili su più piazze rintracciandoli nelle cambiali “garantite” da firme autorevoli, aveva architettato differenti forme societarie per proteggere i propri affari dall’aggressione dei creditori. Nonostante tutto ciò, era fallito per ben due volte, a partire dal 1792, ed era stato costretto abbandonare anche la repubblica ligure. Giovan Pietro Vieusseux condivise con il padre i tracolli e dopo la bancarotta dell’impresa familiare assunse in prima persona il compito di riscattare le sorti domestiche.

Ma gli anni napoleonici furono durissimi anche per lui tanto da imporgli, nel 1808, una carcerazione per aver violato il Blocco continentale. Quando il futuro sembrava ormai nerissimo, i Vieusseux riuscirono a trovare una fortunata via d’uscita; una sorella di Giovan Pietro aveva sposato un ricco commerciante livornese di origine ginevrina, Pierre Senn, che invitò Pierre e lo stesso Giovan Pietro a trasferirsi nella città labronica per aiutarlo nella difficile gestione della sua casa mercantile. Pierre, che era già stato in Toscana, a Pescia, presso i Sismondi, la famiglia del noto storico ed economista, arrivò così sul Tirreno mentre Giovan Pietro fu inviato da Senn a compiere un lungo viaggio nel Nord Europa e in Russia per curare gli affari della ditta.

Si trattò, per lui, di un’esperienza straordinaria che lo condusse, tra il 1814 e il 1817, in Danimarca, nella penisola scandinava, dove avviò un proficuo commercio di stoccafisso con Livorno, nelle principali città dell’impero zarista, ancora caratterizzate da una servitù della gleba in grado di rendere vana, a giudizio di Vieusseux, qualsiasi concorrenza “europea” per l’abbattimento del costo della manodopera, e a Costantinopoli. Terminato questo infinito “viaggio di affari”, ancora per conto dei Senn si recò a Tunisi, restando coinvolto nella pericolosa epidemia di peste da cui riuscì a sfuggire dovendo poi passare una lunga quarantena nel lazzaretto di Livorno. L’esperienza maturata si rivelò certamente decisiva per trasformare il mercante Vieusseux in un “imprenditore” della cultura; i libri, le riviste erano, come accennato, una merce pregiata nei primissimi decenni dell’Ottocento, contraddistinti da una grande voglia di lettura, ma non avevano ancora un mercato, non disponevano ancora di canali di circolazione, di mezzi di pagamento, di fornitori sicuri e stabili. Solo un “négociant” esperto come Giovan Pietro Vieusseux poteva misurarsi con simili imprese costruendo una rete di relazioni durevoli che avvicinavano Firenze e Livorno a Parigi, Londra, Milano, Torino, Vienna , Berlino, Costantinopoli e San Pietroburgo. La cultura diffusa era, prima di tutto, un grande impegno commerciale a cui Vieusseux seppe dare forma, coltivando anche un patrimonio di idee “borghesi” e mercantili, da Sismondi, a Condillac, a Raynal, a Condorcet, perché i mercanti avrebbero dovuto avere, a suo giudizio, la consapevolezza della centralità del loro ruolo. —



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