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Gli amici di Carlo Verdone «senza camice diventano fragili»

Gabriele Rizza
Gli amici di Carlo Verdone «senza camice diventano fragili»

“Si vive una volta sola” è il ventisettesimo film del regista che racconta la vita di indiscussi professionisti e insospettabili maestri della beffa

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La passione le moto, per i treni, per la medicina. Carlo Verdone asseconda la terza nel nuovo film, “Si vive una volta sola” (produce Filmauro), dove indossa con estrema professionalità il camice bianco del primario, professor Umberto Gastaldi, un luminare della sala operatoria, che gode persino della fiducia del Santo Padre. Scritto insieme a Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino, “Si vive una volta sola” è il 27esimo titolo di Verdone regista, condiviso stavolta con Rocco Papaleo, Anna Foglietta e Max Tortora, compagni di avventure professionali e di “zingarate”, indiscussi professionisti del bisturi e insospettabili maestri della beffa. Ma non saranno giorni facili quando il destino decide di virare sull’imprevisto, costringendoli ad affrontare la realtà con occhi diversi. È un Verdone rilassato, soddisfatto del risultato, quello che incontriamo di passaggio a Firenze, per promuovere il film, atteso in sala il 27 febbraio.

Una vita da chirurgo finalmente. Il coronamento di un sogno lungo 27 film.

«La professione in questo caso è un fatto secondario. Più che altro mi interessava riflettere sul significato e sulle dinamiche dell’amicizia. Sono quattro vite annullate nella routine della lavoro, quattro individui che formano un gruppo solido e affiatato, irreprensibili in corsia, una serietà che però contrasta con una sfera privata a dir poco disastrosa. Dismesso il camice diventano fragili, inaffidabili. In sala operatoria si misurano quotidianamente con la morte, così la loro reazione è quella di buttarsi sugli scherzi infantili».

Un’immaturità che sfocia nella goliardia e che ricorda Amici miei.

«Il film di Monicelli raccontava la patologia dello scherzo, qui l’interesse alla beffa non diventa una malattia preoccupante. Si può parlare, per restare in campo medico, di una beffarda radiografia dei nostri tempi. La normalità straordinaria del quotidiano ma senza le caratterizzazioni comiche dei miei ultimi film. Avevo l’esigenza di realizzare un film corale nel senso più complice del termine, una storia attraversata appunto dalla coralità dell’amicizia, un sentimento che a un certo punto si logora ma che poi, complice l’on the road pugliese, rinasce».

Com’è andata questa complicità sul set?

«Non avrebbe potuto essere migliore. L’affiatamento era totale. È stato uno dei cast migliori che abbia mai avuto. Di conseguenza uno dei film meno faticosi che abbia girato. Sarà stato anche perché in Puglia ci hanno accolto benissimo. La cosa importante era mantenere sempre l’equilibrio del tono narrativo, così mi sono raccomandato di non esagerare mai, perché l’insidia maggiore, in un film apparentemente facile e lineare, era proprio quella di “andare oltre”, di “far troppo” e perdere così l’atmosfera di equa solidarietà che volevo imprimere».

Una sceneggiatura comunque aperta all’improvvisazione.

«È un film di recitazione, dai connotati teatrali, con la macchina da presa che sta sul volto degli attori. L’alchimia con i compagni di set è stata fondamentale. Arrivavo ogni mattina con la memoria delle scene che si dovevano girare ma poi abbiamo potuto dare libero sfogo all’estro del momento, perché si tratta di personaggi realistici che non cercano la battuta per la battuta».

Quanto ha influito il panorama pugliese in questa alchimia?

«Era il clima perfetto. Essermi allontanato da Roma mi ha fatto bene. Non avevo mai girato in Puglia. Lontano dal casino di Roma mi sentivo rilassato e pacificato. La storia imponeva la necessità di una ambientazione costiera. La Puglia ha prevalso sulla Campania anche perché con le riprese estive, la costiera amalfitana mi faceva paura per motivi di traffico e presenze turistiche».

43 anni di carriera e 27 film. Cosa c’è nel domani di Carlo Verdone?

«C’è un altro film, non abbiamo ancora deciso quale sarà il tema, e poi nel 2021 mi attende un nuovo impegno: la serie “Vita di Carlo” che andrà su Amazon, varie puntate di 30/40 minuti l’una, di cui io dirigerò le prime tre per poi passare la mano ad altri registi. Da parte mia sarò sempre in scena. Sarà una bella fatica ma mi affascina l’idea di finire su una piattaforma che è vista in tutto il mondo».

Insomma non si vive una volta sola.

«Direi di no».

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