Gioco
Don Lorenzo Milani a fumetti Lo racconta la pronipote Alice
Il nonno Adriano era il fratello del prete e vaccinava i ragazzini a Barbiana «Ho cominciato a leggere i suoi scritti dopo il liceo e sono rimasta molto colpita»
Dopo aver raccontato Wislawa Szymborska e Marie Curie, Alice Milani , autrice fumettista pisana, è tornata in libreria con una graphic novel che non può passare inosservata: “Università e pecore” (Feltrinelli Comics). Per la prima volta a fumetti, la biografia di don Lorenzo Milani, il “prete rosso”, esiliato dalla Curia fiorentina a Barbiana, in Mugello, dove continuò fino alla morte la sua battaglia a fianco dei più deboli. Una grande sfida felicemente risolta per Alice. Lei, infatti, di cognome fa Milani Comparetti, e suo nonno Adriano, il dottore che andava a vaccinare i ragazzini a Barbiana, era il fratello di Lorenzo Milani Comparetti, per tutti, lo straordinario don Milani.
Come è stato crescere nella famiglia di don Milani?
«Per motivi anagrafici ovviamente non l’ho mai conosciuto, ma ne ho sempre sentito parlare. I miei genitori conoscevano molto bene la sua storia, mio padre l’aveva incontrato. Io ho iniziato a leggere quello che avevamo in casa che lo riguardava solo alla fine del liceo: scritti che non possono lasciare indifferenti. Rimasi molto colpita».
Cosa la colpì in quelle letture?
«Il fatto che non si arrendesse mai. Il suo non dire mai “vabbè, il mondo va così, non si può fare nulla”. Quando era prete a Calenzano, molto giovane, si scontrò con la mentalità bigotta, con il rapporto di facciata con la religione, e anziché accettare la situazione per quello era si mise a combattere con tutte le sue forze contro le cause di questi atteggiamenti che -secondo lui- avevano radici nell’ignoranza diffusa, nel fatto che molti non sapevano neppure esprimersi propriamente in italiano. Come potevano intendere il Vangelo se non riuscivano neppure a parlare in maniera corretta di quanto costavano i polli?»
Che si diceva in casa sua di don Milani?
«Tante cose, tanti racconti. Per esempio di come era litigioso, di come non si tirasse mai indietro quando c’era da battagliare. Ricordo un fatto - che non ho messo nel libro -, la storia di una scuola guida in un posto in Mugello che ai ragazzi che volevano prendere la patente dicevano che l’unica via era prendere un bel numero di lezioni pagando una bella cifra. La mettevano quasi come se fosse una cosa imposta dalla legge. E quei poveri figli di contadini, ignoranti, incapaci di difendersi, facevano svenare le famiglie per poter prendere la patente, quando invece si poteva dare l’esame da privatista. Lui si arrabbiò tantissimo, c’è una sua lettera alla scuola guida in cui infuriato li invita a smettere di approfittarsi di quelle povere persone».
Storie che, invece, ha messo nel suo libro?
«Quella di un contadino che abitava una casa in un podere dove non c’era elettricità. Il padrone non gliela voleva mettere, poi dopo anni di insistenze del contadino gli dice “eccolo qui il contratto con l’Enel”. E gli fa vedere un foglio che, però, non è un contratto ma un preventivo, ma il contadino che non sapeva leggere crede alla buonafede del padrone del podere, e resta lì a lavorare e vivere. È uno dei tanti esempi di prevaricazioni sui più deboli a cui don Lorenzo non voleva più assistere, per cui si impegnò per metterli in condizioni di non farsi più fregare, imparando a leggere e scrivere».
Come è nato il libro che ha appena pubblicato?
«Ho conosciuto Tito Faraci, il direttore di Feltrinelli Comics a un festival quando era appena nata la collana. Mi hanno chiesto un fumetto non di finzione, quindi documentario o biografico, e lì ho tirato fuori l’idea di raccontare don Lorenzo, un’idea che avevo nel cassetto da tempo e che non mi ero mai azzardata a realizzare perché è un tema molto impegnativo e delicato da sviluppare in un fumetto. La sfera religiosa è difficile da spiegare in questa forma, c’è il rischio di inciampare nell’aspetto teologico. E in questo caso c’era anche lo scenario politico di spiegare bene. Ho lavorato il più possibile sui suoi testi , quasi tutte le battute sono prese da lettere o da esperienze pastorali, o dal Lettera una professoressa. Non ho voluto parlarci sopra, d’altronde il suo modo di scrivere era così diretto da prestarsi benissimo a essere messo in scena in forma di fumetto». —
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