Il Tirreno

Lo sgambetto sudcoreano a Hollywood Parasite batte i “giganti” Joker e 1917

FRANCESCA LENZI

Quattro Oscar per Bong Joon Ho, delusione anche per “The Irishman” di Scorsese. Tra gli attori vincono Phoenix e Zellweger

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FRANCESCA LENZI

Dopo il medley trascinante di Janelle Monáe (poi raggiunta in corso d’opera da Bill Porter), dedicato ai film in concorso, si viene immediatamente pervasi dalla speranza di una cerimonia che infiammerà la novantaduesima edizione degli Oscar. Invece no. Alla fine gli Oscar 2020 sono stati un po’ così. Non si possono definire brutti. Lo spettacolo non è mancato. Le grandi esibizioni nemmeno. Come pure alcuni momenti di forte impatto. Insomma, non sono stati brutti questi Oscar. Ma neppure belli. Tutto fuorché memorabili. Almeno da punto di vista emotivo. Perché in realtà questa edizione passa alla storia e rappresenta uno spartiacque fondamentale nella storia degli Academy Award. Per la prima volta in assoluto, infatti, a vincere la statuetta d’oro dedicata al miglior film (il riconoscimento più importante che chiude da tradizione lo show) è stata un’opera non in lingua inglese: Parasite del sudcoreano Bong Joon Ho, già vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes, al Dolby Theatre premiato domenica notte con altri tre Oscar: film straniero, regista e sceneggiatura originale. Un vero e proprio successo per Parasite che batte una concorrenza agguerrita e di altissimo livello che contava, fra gli altri, 1917 di Sam Mendes, Joker di Todd Phillips, The Irishman dell’infinito Martin Scorsese e C’era una volta… a Hollywood del pulpissimo Quentin Tarantino. Un successo che ha del clamoroso, ma neppure troppo. Ma andiamo con ordine. Parasite racconta due nuclei familiari economicamente opposti. E lo fa con un registro già conosciuto in altri film precedenti del sudcoreano, dove la critica sociale del nostro tempo viaggia su un filo sottile che cambia continuamente colore, prendendo il passo dalla commedia, per spostarsi sul thrilling, fino a scadere felicemente nel dramma. Il tutto con una vena neanche così esile di grottesco. Come già in Snowpiercer (2013) Bong Joon Ho offre allo spettatore la convivenza fra gruppi contrapposti, dove al benessere fa da contraltare la miseria. L’iniziale convivenza si regge su di un cordoncino sfilacciato che pian piano comincia a sfasciarsi con conseguenze estreme. Eppure quattro Oscar sembrano troppi per Parasite. Nonostante il livello del film e un regista in stato di grazia. Nonostante una storia sapientemente sospesa fra i generi. E non parliamo tanto di 1917, progetto ad altissimo tasso di difficoltà di Sam Mendes, alle prese con un unico (apparente) piano sequenza e un paio di eroici soldati in corsa fra la trincee nemiche nella prima guerra mondiale. Di Oscar 1917 ne ha vinti tre: miglior fotografia, migliori effetti visivi e miglior montaggio sonoro. Riconoscimenti tecnici che non assolvono dalla delusione. La stessa provata da Martin Scorsese per Irishman. In questo caso, però, c’era da immaginarselo che l’Academy, dopo il successo di Roma di Alfonso Cuarón nell’edizione 2019, avrebbe ignorato, o quasi, un altro prodotto legato alla piattaforma digitale. E poco importa che durante il discorso di ringraziamento in occasione del premio come miglior regista, Bong Joon Ho abbia omaggiato i colleghi in gara, innescando la standing ovation proprio per Scorsese. Nel calderone dei film in lizza per i maggiori premi anche C’era una volta… a Hollywood che, a fronte delle molte nomination, ha portato via soltanto la miglior scenografia il miglior attore non protagonista con un iconico Brad Pitt. Fra i riconoscimenti mancati, quello che più fa male è per la sceneggiatura originale che il buon Quentin avrebbe meritato. Se Laura Dern per l’interpretazione in Storia di un matrimonio ha ottenuto l’Oscar come migliore attrice non protagonista (tifavamo senza ritegno per la Scarlett Johansson di Jojo Rabbit, vincitore della sceneggiatura non originale), nessuna sorpresa per Joaquin Phoenix e Renée Zellweger, star rispettivamente di Joker e Judy. Non particolarmente memorabile il discorso della rediviva Judy Garland; intenso, invece, e dedicato a diritti civili, animali e natura quello di Joaquin che chiude ricordando il fratello River. Ecco, è soprattutto Joker il più maltrattato da questi Oscar, premiato solo due volte (oltre a Phoenix, per la colonna sonora). E se ricorderemo l’edizione 2020 per l’emozione di Elton John e Bernie Taupin, vincenti con la canzone (I'm Gonna) Love Me Again, per il divertente siparietto felino di James Corden e Rebel Wilson, per la giacca di Spike Lee dedicata a Kobe Bryant, e l’emozionante In memoriam (ricordati anche gli italiani Piero Tosi e Franco Zeffirelli), accompagnata dalle note di Yesterday cantate da Billie Eilish, la ricorderemo questa edizione anche per un ottimo film, pure spietato, ma ancora interno alla zona di comfort hollywoodiana. Un film preferito dall’Academy alla disperata versione clownesca di un Joker specchio dell’angoscia e del dolore contemporaneo. Un pagliaccio che è il riflesso disgraziato di una società matrigna con i figli più deboli, sputati oltre i margini del mondo. —

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