Il Tirreno

Un Sanremo patria, calcio e famiglia Sul palco inno di Mameli e un pallone

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Un Sanremo patria, calcio e famiglia Sul palco inno di Mameli e un pallone

A Diodato il premio della critica. Venier senza scarpe per evitare scivoloni. Monologo di Ferro sull’omosessualità

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Alberto Mattioli

SANREMO. Nel Sanremone taglia XXL, Amadeus non si fa né ci fa mancare nulla. Al debutto della finale ci dà parecchio dentro con il nazionalpopolare. Patria e calcio, il binomio è infallibile. In pratica, la Banda dei carabinieri suona Fratelli d’Italia e Cristiana Capotondi, incantevole, regala palloni griffati in qualità di vicepresidente della Lega pro. Qui naturalmente è mancata un po’ d’inventiva: sarebbe stato fantastico far cantare l’Inno ad Achille Lauro avvolto nel Tricolore come Gea della Garisenda, peccato. Poi i carabinieri se ne vanno al ritmo della «Fedelissima» (musica e coreografia assai più precise di quelle esibite finora all’Ariston) e Amadeus in smoking paillettato, comunque un progresso rispetto l’abituale metallizzato, rilancia il mesto show sanremese.

Si inizia, a proposito di fardelli d’Italia, con Michele Zarrillo che, per quanto sia doloroso dirlo, indossa una maglietta girocollo sotto lo smoking. L’ingresso di Elodie meravigliosamente svestita dà adito a irriferibili commenti degli habitué più rozzi della Sala stampa. Per molto meno, il povero Amadeus sarebbe stato crocifisso nella sala mensa di viale Mazzini, e dalle stesse persone. Però qui bisogna ammetterlo: sarà l’assuefazione, o magari la rassegnazione, ma dopo cinque giorni, e soprattutto dopo cinque interminabili notti, questi già biasimati esempi di nazionalpop diventano quasi sopportabili.

La prima ospite è la zia della Patria, insomma Mara Venier, che si toglie le scarpe per scendere lo scalone, noblesse oblige. Segue il solito blabla per lanciare la Domenica In di oggi. Poi, fra un inutile Nigiotti e una pleonastica Grandi, sbuca finalmente la vera ragion d’essere di questo Sanremo: Fiorello. Subito una raffica di battute, in diretta dal dietro le quinte: «Ho visto Rita Pavone giocare a burraco con Dua Lipa e Piero Pelù che struccava Achille Lauro». Poi si passa al travolgente successo di questo festival, al solito catalizzatore di ogni emozione nazionale: «Zingaretti, Salvini, dove state? Siete scomparsi. E ho visto Floris che parlava di pensioni con Elettra Lamborghini». Chiede l’applauso per l’amico Amadeus e si commuove un po’: ci sta bene, in questo festival delle lagrime nemmeno tanto furtive. Poi entra il bravo presentatore con la parrucca della brava presentatrice, insomma Maria de Filippi, seguono gag e balletto.

E avanti così, apparentemente senza fine. Amadeus ha ascoltato il grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di lui e cerca di sbrigarsi. Ma la scaletta, anche scorciata, ha lo spessore di un tomo della Treccani, e la stessa leggerezza. Poiché al Sanremone si attaglia l’eterno ritorno del sempre uguale di Nietzsche, si rivedono in sequenza Diletta Leotta e Alberto Urso, che curiosamente esibisce la sua tenorilità vintage in un outfit giovanilista con strappi e scarpe da ginnastica e va a stonare i suoi acuti in platea davanti a un allibito Marcello Foa, presidente nazionalsovranista della Rai. A proposito: all’Ariston, l’intonazione resta la grande assente. Si potrebbe magari dedicarle una puntata di “Chi l’ha visto?”.

E poi le abituali canzoni, le consuete marchette per film e fiction prossimi venturi, la solita Sabrina Salerno, insomma tutto il circo cui ci siamo quasi perversamente affezionati. Tiziano Ferro non si limita a cantare, ma monologa anche sui suoi primi quarant’anni orgogliosamente gay: «Non sono sbagliato». Insomma, alle 22.14 siamo già al settimo cantante (su 24), Marco Masini, il che è un discreto tempo. Di nuovo ci sono il “superospite” Biagio Antonacci, il vincitore della gara dei giovani, Leo Gassmann, e Vittorio Grigolo che prima o poi (meglio prima che poi) dovrà decidere se fare da grande il tenore o la postar e così via. Codici di televoto, classifiche e spot per la Liguria sono corvée inevitabili, ma ideali per andare a bere o a fare la pipì. Come si sia conciato stavolta Achille Lauro, vincitore morale del festival, non possiamo dirvelo per ragioni di tempi e di giornale che deve chiudere; idem di chi alla fine l’abbia vinto davvero. La Sala stampa tifa Diodato, che infatti intasca il Premio della critica «Mia Martini». Alla fine, non è stato un brutto Sanremone. —

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