Il Tirreno

Achille e l’Italia che intorno cambia E grazie a Sanremo siamo più fluidi

MARIO NERI

Con la kermesse il Paese metabolizza i mutamenti sociali e un Salvini sconnesso dal popolo 

4 MINUTI DI LETTURA





oltre il festival

MARIO NERI

Doveva essere un altro Sanremo disertato dal popolo, è stato il Saremo più popolare di sempre. Doveva avere un vincitore già deciso dalle élite, ma è evidente a tutti che sia Achille Lauro. Lui, il performer che resta nudo come un cristo, si spoglia come un San Francesco, un po’ trash e un po’ barocco, per biascicare con le parole stonate del borgataro quanto il mondo sia già da un pezzo «oltre la divisione binaria, gli schemi omologanti di una sessualità politicamente corretta», è l’icona indiscussa di un festival non solo che diventa specchio e riflesso del Paese, ma si riflette sul Paese. Perché fra palco, social e realtà – al netto del Bugo che si è scavato Morgan nella carriera – c’è stato Lauro e poi tutto un Ariston cinto intorno.

Tanto che - seppure in un 70° colmo di scialba melassa nazionalpopolare, malinconia e affannoso politically correct - un giorno ci ricorderemo dell’Italia che cambiò a Sanremo. Rievocheremo il goffo tentativo di fare del «passo indietro» un mantra, un fil rouge; il monologo di Rula Jebreal e voce e volto di Gessica Notaro ci sembreranno esercizi di stile e non potenza di un discorso che ha soverchiato con lacrime e parole mille campagne contro la violenza sulle donne; sbadiglieremo a rimembrare il sermone del fu Oscar invece di continuare a sbigottire di fronte al Benigni che incanta celebrando la carnalità dell’amore nella Bibbia, svelando un Cantico dei Cantici che con 2500 anni di anticipo faceva già impallidire per modernità scabrosa ogni lirica sull’eros, roba da far arrossire pure Charles Bukowski e le sue storie folli piene di «erezioni, eiaculazioni, esibizioni». E che banalità ci apparirà il festival della sorellanza, dei femminismi e dei femministi alla Pelù che si sbottona la camicia e mostra un “NO” scritto col rossetto, o un uomo che si commuove cantando “Tu che sei diverso” e stecca pensando a sé e al proprio uomo. Che stucchevole il bacio fra Fiore e Ferro, ché se la Rai deve simulare un amore gay per dire che il servizio pubblico è “aperto e avanti” allora è anni luce indietro: lo sanno tutti ormai che è da sfigati bullizzare il diverso perché il diverso non esiste; e da sfigatissimi stuprare la compagna oltre che da criminali, bruti e cavernicoli. Ci sembrerà paleozoico il conduttore che presenta le belle costretto a dire che sono pure intelligenti, anche se poi lo show è fatto tutto da man mentre le girl son solo vallette.

Tutto questo, grazie ad Achille. Perché Achille ha alzato l’asticella della capacità di assorbimento dei cambiamenti per milioni di italiani rendendo quei mutamenti accessibili a tutti, da tutti non solo comprensibili ma perfino agibili. A lui, che entra in scena col tutino e il sospensore pubico, muscoloso e un po’ sfatto, né apollineo né erculeo, né macho né completamente femmineo, fluido, svincolato dalla dolenza dell’artista maledetto, dal compiacimento della perfezione tecnica né da quello della rivendicazione. Lauro non contesta, constata, non irrompe, irrita, ma con ironica benevolenza. Così, la sessualità fluida della contemporaneità è normalità, così canta «sono stata anch’io bambina» nella cover simbolo de “Gli uomini non cambiano” dicendoci quanto sia ancora insidiosa, culturalmente congenita, la violenza.

Non che quelle mutazioni non fossero nel Paese da tempo, ma con Sanremo il Paese le ha metabolizzate, depurate di ogni incrostazione. D’ora in poi, chiunque non sia sintonizzato sui messaggi del festival sarà davvero troppo retro, antico, vecchio, mamma quanto vecchio. E va detto, questo Sanremo è pure l’ultimo schiaffone autoinflittosi da Salvini.

Nella sua truce retorica, il Truce ha invitato a non guardarlo, perché era il festival delle élite e dei salotti, e il vincitore già scritto dalla sinistra. Mica dal popolo sovrano e sovranista che, come lui, l’anno scorso avrebbe incoronato Ultimo e non Mahmood. Figurarsi Achille e i suoi inni al me ne frego, addobbato come Elisabetta di Tudor, per nemesi vergine sposa della patria. Ecco, Mahmood nel frattempo è l’artista più venduto d’Italia, una star del pop europeo, il borgataro ha guadagnato più follower in 4 giorni di quanto la Bestia in un anno, e il festival ha raggiunto picchi record di share che manco si sogna nei sondaggi. Il Capitano, insomma, ha perso la mitologica connessione sentimentale. Il popolo sta con l’Ariston. Citofonare a Amadeus. —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web