Il Tirreno

IL RITRATTO

Addio a Pucciarelli, maestro di giornalismo dalla linotype fino ai quotidiani moderni

STEFANO TAMBURINI
Addio a Pucciarelli, maestro di giornalismo dalla linotype fino ai quotidiani moderni

Aveva 89 anni: i primi passi a Livorno, caporedattore a Paese Sera e al Tirreno e direttore di numerose testate del Gruppo L’Espresso 

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È scomparso venerdì 7, alla clinica San Rossore di Pisa, Carlo Pucciarelli, 89 anni, giornalista livornese che ha segnato più di un’epoca di questa professione. Per le 17 di sabato 8, a cremazione avvenuta, nel salone al piano terra del Tirreno, in viale Alfieri 9 a Livorno, la famiglia ha organizzato una commemorazione informale con tutti quelli che vorranno ricordare Carlo.

***
Quelli di Carlo Pucciarelli, molto più che un giornalista di razza, sono stati (quasi) 90 anni di vita vissuta, goduta fino in fondo, una sfida fatta di slalom fra infarti e ricoveri in ospedale, con i medici che ogni volta gli chiedevano di stare più tranquillo e lui che diceva sempre sì e poi faceva a modo suo. E alla fine ha vinto lui, perché nessuno fra i dottori che lo avevano avuto in cura sapeva spiegarsi come potesse aver vissuto così a lungo. I parenti, gli amici e i colleghi che gli sono stati più vicini sono arrivati a pensare seriamente che uno così non potesse o non dovesse andarsene mai. Perché lui la morte l’ha affrontata più volte con grinta infinita e poteva farsi sorprendere solo quando era stremato.

Lui ha guardato avanti fino all’ultimo, nonostante si fosse reso conto che stavolta rischiava di non farcela. Con il nipote Matteo, giornalista di Repubblica, ancora scherzava tirando fuori le ultime energie che gli erano rimaste: «Dai, arrivo al 10 aprile, si fa una bella festa e poi si può anche dire basta».

Raccontare la vita di Carlo senza parlare di giornali è praticamente impossibile: ha cominciato all’epoca del piombo e ha chiuso da direttore innovatore, andando in giro nelle redazioni a spiegare le varie riforme grafiche e i segreti dei programmi che permettevano di confezionare le pagine. Che lui conosceva benissimo, perché era uno degli inventori del primo sistema editoriale che ha permesso a questo e ad altri giornali di arrivare in edicola per 30 anni e passa, il glorioso 3P. E le 3P non erano altro che le iniziali dei cognomi degli inventori. Un tecnico, Giuliano Pietracaprina, livornese anche lui; un ingegnere informatico, il romano Domenico Pernazza e appunto Pucciarelli.

Carlo è stato caporedattore a Paese Sera e poi al Tirreno, condirettore con Ugo Zatterin e fondatore del Centro, quotidiano dell’Abruzzo, condirettore con Paolo Ojetti dei Quotidiani Veneti (Il Mattino di Padova, la Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso), direttore della Provincia Pavese, di nuovo direttore del Centro. Ma è stato soprattutto un maestro di questa professione, cronista nell’anima con un impagabile fiuto per la notizia.

Cominciò, che aveva ancora i pantaloni corti (la definizione è sua) all’Indicatore, il settimanale della Federazione giovanile comunista di Livorno. Ma aveva deciso già dalle scuole medie che quello sarebbe stato il suo futuro: «La professoressa di italiano ci fece scrivere un tema sui mestieri di notte e non so perché parlai del giornalista, che lavorava di notte per far trovare le notizie al mattino. Mi affascinava quella cosa, decisi che sarebbe stato così e poi è stato».

Il suo racconto del primo articolo fa ancora tenerezza, c’è la genuinità dell’approccio fin troppo schietto alla narrazione: «Uscì il film di Federico Fellini “I vitelloni” e io in un articolo paragonai quei personaggi ai ragazzi livornesi dello struscio di via Ricasoli e quelli si incazzarono. Assaltarono la Federazione in due o trecento, mi volevano picchiare».

Chiunque, dopo un approccio così, si sarebbe fatto venire qualche dubbio. Lui no, andò avanti e fu “promosso” alla redazione livornese dell’Unità. Era un’epoca piena di giornali, c’era anche il Nuovo Corriere di Firenze (una seconda costa di Paese Sera) che aveva un’edizione livornese, guidata da Mario Lenzi, il partigiano che a 16 anni aveva guidato il corteo per la liberazione di Livorno e che successivamente avrebbe fondato con Carlo Caracciolo la catena dei quotidiani locali del Gruppo L’Espresso (oggi Gedi) partendo proprio dal Tirreno.

Quando Lenzi andò a Roma a fare il vicedirettore di Paese Sera, non esitò a chiamare subito Carlo. Dopo una breve parentesi da vice caposervizio agli Interni, finì subito nell’ufficio dei capiredattori. E gli affidarono il turno di notte, quello che si occupava di aggiornare le varie edizioni, fino alle tre o alle quattro del mattino.

Ed erano proverbiali le liti con il suo grande amico Stefano Petrovic, un principe nel senso vero del termine, perché era un apolide rimasto in Italia dopo il crollo della Casa regnante del Montenegro. Stefano faceva il giornale fino a sera e Carlo glielo “smontava” tutto quanto di notte. Litigavano ed erano più che amici.

Periodicamente si ritrovavano in giro per l’Italia anche dopo il rientro di Carlo a Livorno, come caporedattore centrale del Tirreno. Gran parte dei colleghi che hanno riempito queste pagine negli ultimi trent’anni si sono formati alla sua scuola: o sono suoi “figli” professionali o sono suoi “nipoti”. Una scuola fatta di cura dei particolari, di meticolosità. Voleva vedere tutti i titoli prima che finissero in pagina e il momento della consegna alla sua scrivania era preceduto da un silenzio irreale. Se il titolo non andava bene, il foglio veniva strappato platealmente seduta stante. E ogni tanto si sentiva dire anche qualche «bravo, bel titolo». Ed era l’occasione per mettere su una bella cena a base di pesce.

Già, la tavola. Carlo non sapeva rinunciare al piacere del buon cibo, neanche quando le sue condizioni avrebbero consigliato prudenza. A chi glielo faceva notare raccontava sempre la storia del primo infarto. Ebbe la fortuna che gli capitò a Pavia, dove c’era e c’è ancora una fra le migliori Cardiologie d’Europa. «Il medico che mi salvò la prima volta mi disse: “Ora è tutto a posto, ma il danno al cuore è stato pesante. Potrebbe anche andarle bene ma di solito in questi casi l’aspettativa di vita è di una decina di anni”. Io avevo appena passato i 50, quel dottore ne aveva 40 e se ne è andato prima di me».

Il racconto è di poco più di due mesi fa, la cornice è quella di un ristorante a Città di Castello, dove Carlo aveva appena tenuto una sorta di lectio magistralis a un premio giornalistico per giovani cronisti. Con il nipote Matteo organizzammo una sorta di rimpatriata con la consapevolezza che potesse essere l’ultima, come poi è stata. A vederlo mangiare non si sarebbe mai potuto dire, nonostante la moglie Mara gli chiedesse a ogni forchettata di smetterla, «perché ti fa male». «Ma che male? – Replicava lui – Domani prima di tornare a casa ci si ferma a San Miniato per i tartufi». Ma sì, aveva ragione. In fondo è arrivato a quasi 90 anni. Ha spesso sfidato la salute e ha sempre vinto lui. Come quella volta, dopo il terzo infarto, quando andò al mare a Livorno subito dopo esser uscito dall’ospedale. Quando vide un ragazzino che si immergeva a ripetizione e capì che là sotto c’era un polpo da tirar su, non esitò a tuffarsi dopo aver detto: «Bimbo, lascia stare, ci penso io».

Lo tirarono a riva che era senza sensi e quando in ospedale uscì dal coma il primario che lo aveva operato dopo l’infarto lo bersagliò con un cazziatone di proporzioni bibliche. Carlo replicò: «Colpa sua, mi aveva detto che potevo tornare a fare una vita normale». «Normale sì ma mica immergersi in apnea fino a cinque metri di profondità!».

Era fatto così, la vita andava vissuta, così come i giornali. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui al Centro, negli anni Novanta. Quando arrestarono tutta la giunta regionale all’Aquila per via di una storiaccia di abusi e soldi mal gestiti, mi fece restare in servizio per 81 giorni di seguito, senza riposo. Alle mie proteste («Carlo, non ce la faccio più») replicò con un «e che sarà mai? Io alla tua età facevo questo e altro». Sì, Carlo: ma tu eri un’altra cosa. Lasciatelo dire. Ora che ci penso ti ho sempre chiamato Carlo, anche quando eri il mio direttore. Adesso però che è giunto il momento dei saluti non posso farne a meno: grazie di tutto, Direttore.

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