Il Tirreno

LUTTO NEL CINEMA 

Sarai per sempre Spartacus Ciao Kirk, ultima leggenda

Francesca Lenzi

Douglas si è spento a 103 anni: conquistò Hollywood tra eroismo e cinismo Tanti ruoli e tanti successi per il figlio dello straccivendolo diventato una star

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Non era altissimo, era un metro e 75 centimetri, eppure Hollywood piange un gigante, morto all’età di 103 anni quasi ci fosse bisogno di colorare con un pizzico di mito in più quella che già di per sé è stata una leggenda. Malato da tempo, costretto su una sedia a rotelle, dopo aver combattuto con interventi, ictus e incidenti quasi mortali, se n’è andato per sempre Kirk Douglas, attore e produttore protagonista di una novantina di film nell’arco di sessant’anni e percorrendo tutti i generi di un cinema che adesso si scopre un po’ più povero.

Douglas nasce il 9 dicembre 1916 ad Amsterdam, nello stato di New York, da Bryna Sanglel e dallo straccivendolo Herschel Danielovitch, immigrati ebrei bielorussi, genitori di altri sei figli. Dopo aver prestato servizio nella Marina durante la Seconda guerra mondiale, si avvicina al mondo della recitazione, prima in teatro, poi sul grande schermo, cambiando il nome Issur Danielovitch nel più americano (e accettabile) Kirk Douglas.

La sua prima interpretazione cinematografica risale al 1946, nel film di Lewis Milestone, “Lo strano amore di Marta Ivers”, a fianco della diva Barbara Stanwyck. L’anno successivo sarà la volta del noir “Le catene della colpa”, diretto da Jacques Tourneur, accanto a Robert Mitchum e Jane Green, per una carriera prolificissima e versatile, nella quale l’azione si alterna alla commedia, e dove l’eroismo dà felicemente il cambio a ruoli più difficili e, talvolta, archiviati sul registro del cinismo. Non è mancato neppure il western nella filmografia di Kirk Douglas, come nel caso della “Sfida all’Ok Corral” (1957) di John Sturges, insieme a Burt Lancaster.

Facciamo, però, un passo indietro. Il quasi sconosciuto Douglas conosce la popolarità nel 1949, con la parte del pugile Midge Kelly, per la regia di Mark Robson. Ruolo che gli porterà la prima nomination come miglior attore protagonista. Le altre saranno nel 1953 per “Il bruto e la bella”, e nel 1957 per “Brama di vivere”, dove fa rivivere per Vincente Minnelli il pittore Van Gogh. L’unico Oscar vinto, però, arriverà soltanto nel 1996 alla carriera. Nel 1951 lavora per Billy Wilder ne “L’asso nella manica”, dove presta la faccia da schiaffi al giornalista privo di scrupoli Charlie Tatum che trova il tanto desiderato scoop nella storia drammatica di un uomo intrappolato in una grotta. Nel 1954 indossa i panni dell’Ulisse di Mario Camerini, mentre quasi contemporaneamente assapora l’aria disneyana con il ruolo del fiociniere di “20.000 leghe sotto i mari” di Richard Fleischer. Quando tre anni più tardi interpreta il colonnello Dax per un giovanissimo Stanley Kubrick in “Orizzonti di gloria”, è già abbastanza potente per controbattere ai produttori che avrebbero voluto un finale più accomodante, trovando nel regista appena ventinovenne quasi un alleato. È così, grazie a Douglas, se il film resterà negli anni quel capolavoro antimilitarista, così vicino alla visione del figlio dello straccivendolo.

Nel 1960 il Kirk Douglas, che si era proposto per “Ben Hur”, si riscatta con “Spartacus” di cui è produttore e protagonista. Il regista inizialmente è Anthony Mann, giudicato tuttavia inadatto e rimpiazzato proprio con Kubrick. Stavolta la collaborazione fra i due è problematica, resa difficile dai caratteri forti di entrambi. La tendenza al controllo assoluto e all’egocentrismo di Douglas cozzano con la profonda consapevolezza e autostima di Kubrick che, alla fine, quasi rinnegherà la pellicola, comunque fra le migliori dei colossal storici di Hollywood, vincitrice di quattro premi Oscar.

L’ultima apparizione su grande schermo di Kirk è nel 2004 con “Illusion”, mentre l’anno precedente aveva girato “Vizio di famiglia” con il figlio Michael.

Spesso eccessivo e ingombrante, più o meno velatamente dittatoriale anche nei confronti dei registi, sicuro di sé oltre ogni logica, impetuoso e intenzionato ad emergere, Kirk Douglas è sempre stato coerente con le proprie idee, talvolta lontane dalle direttive hollywoodiane. È un esempio Dalton Trumbo, sceneggiatore considerato filocomunista e inserito nella famigerata black list che Douglas “riabilitò” citandolo con il vero nome nei titoli di “Spartacus”. O anche quando fece imbestialire John Wayne mentre giravano “Carovana di fuoco”. Wayne registrò uno spot elettorale per il candidato repubblicano Reagan e di risposta Douglas ne fece uno per l’avversario democratico Brown.

Era così il figlio dello straccivendolo, affamato di successo e senza mezze misure, tanto da chiedere al pubblico, e non solo: «Amatemi, o odiatemi, ma non siate indifferenti». —

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