Sicurezza
L’emozione del rito collettivo
Non avrei saputo immaginare che in una domenica di numeri palindromi mi si sarebbero aggrovigliate le budella perché, sì, avevo terminato e chiuso le mie valigie per Sanremo. L’entusiasmo è grande e grande è l’emozione per questa avventura ma io oramai so come fare a gestirmi il cuore, a controllare il respiro, me lo invento anche quando manca (da buona asmatica) eppure il corpo, il corpo sa parlarti e lungo la strada verso la riviera mi si è chiuso lo stomaco come una porta blindata a tripla mandata.
Se solo potessi tornare indietro e raccontarlo a quella bambina che in quinta elementare scrisse nel tema in classe «voglio andare a Sanremo»… chi l’avrebbe detto che la vita, la mia ostinazione, i miei talenti, questa voce, mi avrebbero portata qui. Così, d’improvviso, la finestra sul golfo, quella della mia stanza d’albergo, sembra tutto ciò di cui avevo bisogno, vedere il mare e proiettarmi nel domani. Questa città di mare mette in pausa la mia nostalgia, mi fa sognare nel futuro e incrociare continuamente le dita e mai avrei potuto crederlo. Trovarsi nel mezzo della storia della musica italiana, rende piccoli e grandi al contempo e mi restituisce l’emozione di sentirmi parte di una collettività. In mezzo a voi non sono sola, nei miei racconti, nelle mie composizioni. E nonostante abbia costruito passo passo, in una sorta di semisolitudine e con dedizione la mia strada, mi guardo intorno, tra una festa e un brindisi di benvenuto, tra le fragilità e la bellezza degli altri artisti, tra microfoni e giornalisti, tra camere da presa e macchine fotografiche e mi dico «Dovremmo vederci più spesso». —
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