Il Tirreno

intervista 

«È la lingua che ci dà una visione del mondo» A lezione da Favole

Jeanne Perego
«È la lingua che ci dà una visione del mondo» A lezione da Favole

L’antropologo apre martedì il ciclo di incontri preparatori alla nuove edizione di “Dialoghi sull’uomo” a Pistoia

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Dal 22 al 24 maggio tornerà a Pistoia il festival di antropologia del contemporaneo “Dialoghi sull’uomo” dedicato al tema: “I linguaggi creano il mondo: voci, suoni e segni per una nuova umanità”. Quest’anno presenta una novità: le conferenze per le scuole secondarie – che fin dal momento della nascita del festival hanno introdotto il tema della manifestazione agli studenti – saranno ora aperte a tutto il pubblico (ingresso libero previa prenotazione: dialoghi@comune. pistoia.it, oppure tel. 0573 37 611) e trasmesse in streaming. Due gli incontri finora programmati dalla direttrice del festival, Giulia Cogoli: martedì prossimo alle ore 11 al teatro Manzoni l’antropologo Adriano Favole parlerà di: “Dire e fare il mondo: tra antropologia e linguistica”, mentre il 10 marzo, il linguista Federico Faloppa terrà la seconda lezione intitolata “Il linguaggio: questo sconosciuto?”.

Il professor Favole ha anticipato al “Tirreno” alcune riflessioni sul tema che sarà al centro del festival pistoiese.

Professor Favole, quale relazione c’è tra la lingua e la cultura di una società?

«Come antropologo osservo i significati che la lingua dà. Mi chiedo: una lingua trasmette una visione del mondo, ci rinchiude in essa o lascia spazi di apertura? Secondo alcuni autori le lingue quasi ci imprigionano al loro interno, ma a mio vedere sono invece anche degli strumenti di comunicazione che vanno al di là delle culture che riproducono. Il rapporto tra lingua e cultura è un rapporto non univoco e non semplice: ci sono culture diverse che condividono la stessa lingua, società differenti con un mezzo linguistico condiviso, ma ci possono essere molte lingue in un tessuto culturale condiviso. È il caso dell’Italia con i suoi dialetti e le sue lingue, ma ci consideriamo un’unica nazione».

Le lingue sono anche potere?

«Certo, le lingue hanno molto a che fare con il potere e la politica. Nei processi di creazione degli Stati si decidono anche quali debbano essere le lingue ufficiali. È interessante osservare come oggi i linguisti contino 7.000 lingue per 200 e poco più stati riconosciuti: c’è un’enorme ricchezza linguistica rispetto alle unità politiche nazionali. Ed è interessante anche osservare l’uso del linguaggio per segnare le relazioni di potere e le gerarchie: il Lei, il Voi, ad esempio».

La lingua contribuisce a creare la realtà, oppure il mondo che crediamo reale è una costruzione fondata sulle nostre abitudini linguistiche?

«Esistono entrambe le dimensioni. Come noi vediamo il mondo è molto condizionato dalle categorie linguistiche che ci vengono fornite. Facciamo un esempio: l’abitante di una foresta ha la capacità con la propria lingua di “vedere” tante cose che noi, non abitanti della foresta, non vediamo; la lingua ci dà una certa visione del mondo».

E la realtà a sua volta trasforma il contesto linguistico...

«Le lingue non sono affatto impermeabili al cambiamento e alla trasformazione. Anche di questo parlerò nell’incontro di martedì. Le lingue ai confini si trasformano. Quando due lingue o due culture si incontrano si possono configurare diversi scenari: ci può essere una che prevale sull’altra, ci può essere bilinguismo, ci sono forme di creolizzazione della lingua. Se si osservano le lingue in movimento, un po’ come le culture, le vediamo trasformarsi in continuazione».

Cosa ne pensa della lingua utilizzata sui canali social?

«È una lingua molto scritta. Se all’inizio dello sviluppo della tecnologia si è pensato che con i telefoni cellulari si sarebbe parlato molto di più e non si sarebbe quasi più scritto, ci si è dovuti ricredere: scriviamo tantissimo, i ragazzi spesso non parlano al telefono ma scrivono messaggi. La lingua rimane fondamentale per la comunicazione, e anche se sembra che i giovani siano molto distanti tra loro, che non interagiscano con i loro coetanei, in realtà scrivendo sui social hanno molte più relazioni di quante ne avevano i loro genitori». —

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