Il Tirreno

Oltre l’arcobaleno insieme a Judy Garland

Francesca Lenzi

Renée Zellweger punta all’Oscar interpretando l’ultimo periodo della difficile vita dell’attrice e cantante de “Il Mago di Oz”

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Da qualche parte, oltre l’arcobaleno, Dorothy Gale del Kansas vide i propri sogni diventare realtà. E, tornando a casa dagli zii e dal fedele cane Totò, imparò ad apprezzare casa come il posto più bello del mondo, ricordandosi del regno di Oz come di un luogo nel quale il cielo è azzurro, come gli uccelli che lo abitano, e dove tutti possono vivere felici. Dai sogni, però, ogni tanto ci si sveglia, e non sempre con il sorriso. A 17 anni Judy Garland interpretò Dorothy nel film di Victor Fleming, Il Mago di Oz. Era il 1939 e la pellicola – associata in più occasioni a Via col vento, dello stesso anno e del solito regista, a causa della complessità delle riprese e dello sforzo produttivo – divenne subito un cult. Così come Judy Garland, creatura dello star system, diventò famosa in tutto il mondo, grazie a un ruolo indimenticabile e a una canzone altrettanto leggendaria.

Dopo Il Mago di Oz arrivarono altri film e altre interpretazioni, anche in età matura, come È nata una stella, remake del titolo del 1937, al quale ha fatto seguito soltanto un paio di anni fa, la versione di Bradley Cooper con Lady Gaga. La vita della Garland, tuttavia, fra arcobaleni e luci hollywoodiane, come spesso accade nel mondo scintillante, ma allo stesso tempo cinico, del cinema, è stata difficile, costellata di matrimoni (cinque) ed eccessi di varia natura, dall’alcol ai medicinali. Abuso, quest’ultimo, che pare risalire proprio alle riprese de Il Mago di Oz, quando il successo fu raccolto con una dieta a base di sonniferi e antidepressivi. E nel 1969, a soli 47 anni, Judy Garland morì per un’assunzione accidentale ed eccessiva di barbiturici.

A raccontare l’ultimo periodo della sua vita è il biopic di Rupert Good. Judy, trasposizione su grande schermo del dramma teatrale di Peter Deans, End of the rainbow, esca oggi nelle sale italiane.

Siamo nel 1968 a Londra e la Garland, ancora da tutto esaurito ma senza la voce di una volta, senza soldi e contratti, è impegnata in una tournée che risveglierà i fantasmi di sempre. A dare volto, corpo e corde vocali al mito è Renée Zellweger che, fra un Bridget Jones e l’altro, sceglie anche film di un certo spessore. Con il drammone di Minghella, Ritorno a Cold Mountain, vinse l’Oscar (dopo averlo perso l’anno prima con il musical Chicago) e adesso ci riprova con la nomination per l’interpretazione struggente e intensa dell’attrice sul viale del tramonto. E in mezzo a biopic di ogni sorta, viene in mente soprattutto Sunset Boulevard di Billy Wilder, dove un’ex diva del cinema muto, Norma Desmond (impersonata da una fantastica Gloria Swanson), all’interno di una gigantesca villa nella parte ovest di Los Angeles, simulacro di un tempo andato, rivive ciclicamente il successo perduto, finendo per perdersi – anche lei – in un presente crudele e ingrato.

Diva infinita, dall’esistenza fragile, Judy Garland – madre dell’altrettanto famosa Liza Minelli – rivive sul grande schermo grazie a una Zellweger in splendida forma, ma per uno strano, e un pizzico romantico, viaggio nel tempo, ci piace immaginarla ancora sorridente e giovane, mentre canta da qualche parte oltre l’arcobaleno, fra le magiche scarpette di rubino e i mattoncini gialli della città di smeraldo. Perché come dice Norma Desmond: le grandi stelle non hanno età. —

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