Il Tirreno

il libro 

La Gorizia occupata dai fascisti e il maestro ucciso sull’uscio

Carlo Venturini

Adriano Sofri racconta la storia di Francesco Sottosanti, mussoliniano convinto: per non far scrivere gli alunni in sloveno sputava loro in bocca

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pisa. Erano tempi in quella Gorizia occupata dai fascisti, in cui i maestri italiani di fede mussoliniana, per tagliar via le parole slovene davano 40 bacchettate sulle dita dei loro alunni fino a farle sanguinare. Ma ce n’era uno in particolar modo, che usava un altro metodo per italianizzare l’idioma dei suoi allievi ed era quello di aprirgli la bocca e sputarci dentro. E quel maestro era, per di più tisico. «È stato questo sputo, questa violenza che mi ha indotto a ricostruire la storia del maestro Francesco Sottosanti, siciliano milite della Legione Isonzo, fervente fascista ed investito della “missione” di italianizzare gli sloveni”» dice Adriano Sofri alla presentazione del suo libro “Il martire fascista” nell’evento voluto dalla libreria Ghibellina alle Officine Garibaldi di Pisa. Ma c’è un altro movente che ha costretto il triestino Sofri a riannodare quell’incredibile e dimenticato thriller storico che portò Sottosanti ad essere ucciso da due o tre partigiani sloveni proprio sull’uscio di casa, quella casa dove ad attenderlo c’era la moglie con “un bambino in braccio ed altre cinque tenere creature”. La madre di Sofri, proprio mentre andava in scena quel delitto, era maestra di scuola elementare in un paesino del Carso triestino poco distante dal luogo dove nel 1930 avvenne il fatto di sangue. «Mia madre lasciò a me ed ai miei fratelli degli appunti sulla sua giovinezza passata in quella zona e tra quei suoi scritti, c’era la storia di un maestro che sputava in bocca ai bambini, una storia che a lei era arrivata da una collega siciliana». Il libro di Sofri, edito da Sellerio, riporta in copertina la foto in bianco e nero e della classe della madre e da quell’immagine si capisce subito il lavoro di ricerca, di archivio, di inchiesta che ha affrontato lo scrittore. Tutto il materiale raccolto, porta ad una verità spiazzante, «tant’è che non mi aspettavo che la storia così come da me ricostruita, fosse sconosciuta agli stessi discendenti dei protagonisti e dunque riservare loro un dolore nuovo o rinnovato»: spiega lo scrittore. La storia disorienta volutamente il lettore perché si ritrova catapultato dal paesino goriziano di Vippaco alla strage di Piazza Fontana. Che cosa legano i fatti avvenuti in quel paesino di mille anime con l’atto terroristico avvenuto nel 1969? Un nome: Nino Sottosanti detto anche il mussoliniano figlio del maestro ucciso. “Nino Sottosanti era il sosia perfetto di Pietro Valpreda assolto per la strage di piazza Fontana così come si scoprì che Sottosanti non c’entrasse nulla. Era solo un sosia” : dice Sofri. Helena Janeczek, scrittrice vincitrice del Premio Strega 2018 con il romazo “La ragazza con la Leica” interviene alla presentazione ponendo alcune domande: “L’uccisione del maestro fu un atto politico? Una vendetta? Un atto di resistenza partigiana contro l’oppressore? Di certo c’è il contesto storico in cui si svolgono i fatti, un contesto in cui i fascisti chiamano gli sloveni “allogeni” un termine freddo e subdolo che toglie identità all’essere umano”. Borut Klabjan, professore del Centro di Ricerche Scientifiche di Capodistria, conclude dicendo: «Sofri ha descritto meglio di altri ciò che si dipanava in quegli anni tra sloveni, slavi e fascisti, con una semplice frase riportata nel libro: “...benché non ci sia una guerra dichiarata tra stati, ci sono partigiani contro l’occupazione”» . –

Carlo Venturini

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