Il Tirreno

Quella bambina in blu ci guida fra i capolavori non solo di Modigliani

Gabriele Rizza
Quella bambina in blu ci guida fra i capolavori non solo di Modigliani

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La ModìMania che da novembre investe la città labronica ha probabilmente un stella cometa. Come dire: una illuminazione che si propaga dalla mostra ospitata fino al 16 febbraio negli spazi del Museo della Città, ai Bottini dell’Olio, in piazza del Luogo Pio. Stiamo parlando di quella “Fillette en bleu”, una tela datata 1918, che fa da faro a tutta l’esposizione come calamita, campeggia sui manifesti, pieghevoli e affini, e rimbalza in tutta la sua evocativa potenza sulla copertina del catalogo (Sillabe editore). Scelta azzeccata perché quel visino astratto e malinconico, e quella posa di indifesa attesa (che anticipa Balthus), sintetizzano al meglio la poetica espressività, dolorosamente estranea, dell’universo femminile, raccontata nei suoi quadri dal pittore livornese.

Colli lunghe e pose metafisiche che rimbalzano dagli altri capolavori presenti in mostra. Come i due ritratti di Jeanne Hebuterne (disorientata fanciulla in fiore immolatasi per amore sull’altare dell’abbandono) o come le due creature “Fillette en robe jaune” e “Elvire au col blanc”, silenziose e inquiete in cerca di un altrove, o come l’interrogativa “Jeune femme assise au corsage bleu”, occhi invisibili e mani giunte, sospesa nella lontananza di una assorta epifania.

Poi, andando oltre, uguali ma diversi, più sostanziosi, meno evanescenti nella tavolazza del colore e nella risonanza della forma, ecco tre bellissimi incontri, facce d’uomo più marcate, amici e colleghi: Constant Lepoutre, Lèopold Zborowski, Chaim Soutine. E di quest’ultimo, pittore di origine lituane che fu amico di Modì con cui condivise avventure, fame, alcol e droghe, povertà e arrembaggi in quella Parigi madre di tutte le avanguardie e inquietudini artistiche all’alba del Novecento, la mostra, che cammina essenzialmente sui binari della collezione Jonas Netter (affiancato marginalmente dal collega Paul Alexandre) restituisce un interessante repertorio. Opere dure e violente, quasi materiche, tendenti all’astrattismo e alla dissoluzione, i paesaggi, le nature morte, i ritratti e gli autoritratti, un corpus cospicuo difficile da vedere che si incarna in due drammatiche visioni: “La folie” e “Le boeuf écorché”, rispettivamente del 1919 e del 1925.

Il percorso si arricchisce di altre iconiche presenze, che varranno, se non da confronto, da inquadramento storico artistico, a supporto del gusto e delle motivazioni (anche commerciali) che sono alla base e che caratterizzano le scelte del collezionista. Così riveste un particolare interesse l’opera di Suzanne Valadon, che fu valente pittrice oltre che modella dei maggiori impressionisti, tele che riverberano intensi echi di Degas e Gauguin, i contributi straordinari di André Derain e e Maurice De Vlaminck, densi di furori cromatici, per finire col ponderoso corpus di Maurice Utrillo (figlio naturale della Valodon), portatore di tavolozze solitarie e malinconiche, le strade, le piazze, le chiese, le casette di una Ville Lumière “marginale” ormai dissolta. —

La mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse” è aperta fino al 16 febbraio al Museo della Città di Livorno. Dal lunedì al giovedì ore 10-19 dal venerdì alla domenica ore 10-23

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