Gioco
Caproni e la sua poesia ancora così attuale dalla paura dell’altro all’allarme ecologico
Oggi sono trent’anni dalla morte dello scrittore livornese, che nella sua opera ricorda anche l’infanzia in città
Tra i poeti italiani del secolo scorso, Giorgio Caproni, nato a Livorno nel 1912, è quello più vicino alla sensibilità contemporanea e in sintonia con i nostri tempi confusi, perfino in grado di dare risposte a temi di bruciante attualità, come la paura dell’altro e l’allarme ecologico. Leggerlo è dunque più che mai necessario, non solo perché oggi ricorre il trentennale della sua morte (22 gennaio 1990), ma perché la sua poesia è propedeutica all’approccio con la poesia in generale, in grado di avvicinare anche i lettori che non abbiano particolare familiarità con i testi in versi. Il tono colloquiale della sua scrittura si presenta di accattivante limpidezza, lontano dalle astruserie intellettualistiche di tanto Novecento.
Caproni parte dalla quotidianità, da atmosfere calde e familiari, per trascinarci poi in una fantasticheria metafisica, dove la concretezza realistica sfuma in una dimensione da sogno. In una delle sue liriche migliori, ambientata in un’osteria dove si beve e si gioca a carte, un fischio udito suonare all’esterno allarma un guardiacaccia che si sente in obbligo di uscire, abbandonare il gioco e il vino e andare a controllare fuori chi abbia fischiato e perché. I suoi compagni di osteria si mostrano turbati, vorrebbero che rimanesse con loro, temono per lui, ma il guardiacaccia ha il senso del dovere e non si lascia influenzare. In un monologo lungo quanto la poesia, egli spiega che non bisogna avere paura del male che può annidarsi all’esterno, perché il male è ovunque e cercare di fuggirlo è vile e insensato: del resto, anche all’interno non si sta così bene, visto che il fumo della stufa sta annerendo la stanza. È sciocco temere il nemico fuori, quando è già dentro. Le poesie di Caproni, come i dipinti di Giampaolo Talani, sono popolate da viaggiatori sbalestrati, che si congedano dagli amici, dalle loro aspirazioni e, alla fine, anche dalla vita. Il loro viaggio è senza direzione, metafora ricorrente della poesia di Caproni, come quello del “Congedo del viaggiatore cerimonioso” che, venuta l’ora di scendere dal treno, ringrazia per la compagnia le persone che è costretto ad abbandonare nel vagone: sa di essere giunto a destinazione, anche se non sa perché né dove deve andare (neanche sa che cosa porta nella sua valigia). Per orientarsi nel viaggio e trovare la verità delle cose, ci sarebbe bisogno di una guida. Ma l’unica guida affidabile, Dio, è negato dal poeta, il quale però, paradossalmente, non si stanca comunque di cercarlo. E se Dio non esiste, alla minaccia del nulla si può rispondere con l’ambiguità fertile della poesia, capace di raffigurare la presenza e l’assenza di Dio nell’immagine del delfino, che quando balza sopra le onde “là vedi il guizzo di Dio/ che appare e scompare”: non fai a tempo ad affermare la sua esistenza che lo vedi sparire sott’acqua. Tra tutte le sue liriche, “Il delfino” è il manifesto, non solo dell’arte di Caproni, ma dello specifico della poesia, fatta di contrari, perché solo l’ambiguità poetica è in grado di rispecchiare la profondità del nostro essere, fatto anch’esso di contraddizioni. Per questo, secondo Caproni, la poesia è più adeguata della prosa a rendere la complessità del vero. Ma la vita è comunque superiore a qualsiasi poesia: la parola ci illude di avvicinarsi alle cose, però non ci riesce. Come nei versi dedicati alla madre: in “Battendo a macchina”, il poeta, rivolgendosi alla propria mano di scrittore, le raccomanda di farsi “piuma: / fatti vela; e leggera/ muovendoti sulla tastiera, / sii cauta. E bada, prima/ di fermare la rima, / che stai scrivendo d’una/ che fu viva e fu vera”. Bisogna maneggiare con cura la vita vera, prima di trasfigurarla nella finzione poetica. Caproni celebra il piacere della vita quotidiana, dello stare insieme, con la volontà di rispecchiare nei versi tutta la fragranza dell’esistenza, nell’accettazione della vita e della morte. Unita al senso del paradosso che sublima l’ironia e l’umorismo di una poesia che torna sempre su se stessa. Come nei “Versi livornesi” , quando rievoca la Livorno della sua infanzia (da via Palestro a corso Amedeo, dal Voltone alla chiesa di Sant’Andrea, dove si erano sposati i genitori, dal mercato coperto ai Pancaldi) e immagina di tornare indietro nel tempo per incontrare la madre da giovane. Nell’andirivieni temporale costituito da quel fecondo viaggiare nel tempo e nello spazio che è prerogativa della poesia, come al gioco dell’oca si torna sempre da dove si è partiti. Lo testimonia il paradosso del “Biglietto lasciato prima di non andar via”. A confermare l’ambiguità della poesia, qui il corto circuito tra passato, presente e futuro sfiora il nonsense: “Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai/ partito. / Il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai”. —
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