Il Tirreno

all’ariston porta “Viceversa” 

Addio alla scimmia è un Gabbani diverso «Non devo stupire ora canto la mia vita»

Luca Trambusti

Non rinnega il passato, che gli ha dato il successo «Ma ho solo riscoperto dei valori più semplici» 

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Per la terza volta Francesco Gabbani sale sul palco di Sanremo, che lo ha già visto vincitore in entrambe le categorie (nuove proposte nel 2016 e big nel 2017). Questa 70ª edizione il musicista di Carrara l’affronta con un brano («Viceversa» da cui il titolo dell’album) che si stacca notevolmente da quanto proposto nelle due precedenti presenze e che vede la firma sul testo di Pacifico. «Mi sento bene, in pace con me stesso e sereno – dice – serenità che arriva da questa canzone, che ho sentito sicuramente autentica. È un’espressione del mio modo di fare musica, un’occasione per mostrare qualcosa di diverso. Non è un tentativo per bissare ciò che ho fatto, anche perché è impossibile rifarlo. Non c’è un paragone con me stesso». Dunque, sebbene nel disco non manchino episodi più vicini al passato Viceversa è un brano che lo stesso autore definisce «più intimista e che parte da una mia esigenza interiore. Non devo dimostrare niente, non ho più intenzione di dare il tutto per tutto, di stupire e provocare. Quella è stata la mia cifra ma anche la mia croce. Ora canto la mia vita e le mie emozioni». In sostanza è un Gabbani più maturo. «Me lo auguro» sottolinea lui ed aggiunge: «Non aspiro al successo, il mio successo è arrivare a capire chi sono ed a raggiungere la mia serenità. Se poi questo si tramuta in successo di pubblico ben venga». Una ricerca della serenità che è in divenire e di cui è un tassello il disco che seguirà alla sua partecipazione a Sanremo (uscirà il 14 febbraio). Un album, tal titolo «Viceversa» come la canzone, non banale, che vive di contenuti importanti, testi che s’interrogano sul rapporto tra individuo e collettività, tra «te stesso» e gli altri. «Non è un concept o meglio me ne sono accorto a posteriori – spiega – Sono canzoni sincere, un tentativo di capire chi sono, di interpretarmi, un confronto tra la dimensione intima e la collettività, una ricerca per capirsi e di come si viene percepiti all’esterno. Mi piacerebbe avere una sovrapposizione tra la mia percezione intima e quella di come ti vedono gli altri. Quello tra sostanza ed apparenza – continua – è un concetto che mi interessa parecchio e desidererei che le due cose fossero simili. Dal mio punto di vista c’è il tentativo che sia così, come vengo percepito poi non dipende del tutto da me». È un muoversi su un diverso livello artistico che probabilmente lo porterà su altre strade. «Il successo – ribadisce – non è la mia priorità, non mi interessa essere famoso. Ho riscoperto dei valori più semplici, l’abbandonarsi a sensazioni di pancia. Certo senza quel passato non sarebbe arrivato questo, ma non era finto quel Gabbani, c’è ancora oggi una profonda leggerezza e la voglia di divertirmi. Sono anche figlio di male interpretazioni: su 10 persone 6 mi conoscono per la scimmia, che ora ho licenziato, dimenticando il mio interesse ad andare in profondità. Questo disco è l’evoluzione. Sono curioso di capire come verrà percepita e presa questa cosa. I nove brani del disco contengono ciò che volevo esprimere, sono perfettamente a fuoco». Francesco Gabbani, carrarese di nascita vive tra La Spezia e Massa («un piede in Toscana ed uno in Liguria»), in un paesino di quella che viene (in maniera spregiativa) definita la provincia. «Non cerco la dimensione provinciale ma ne traggo beneficio. Nel mio percorso ho capito che il successo verte su leve per me non fondamentali, io sono più legato a valori semplici che mi emozionano. La vita provinciale ancora asseconda questo aspetto. Continuo ad avere piacevolezza in una tale dimensione intima». Infine non si può non parlare della polemica che in questi giorni sta infiammando la vigilia del Festival sulla libertà espressiva dell’arte. «Penso che l’arte, musica inclusa, debba avere la totale libertà di espressione. Dall’altra parte ci deve essere il fruitore altrettanto libero di scegliere e se considerare giusta la libertà dell’artista. C’è dunque una reciproca responsabilità. È sbagliato mettere dei paletti anche se poi io posso non condividere una cifra stilistica o concettuale. Certo eticamente parlando ci sono dei limiti ». —

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