Toscana
Quando la politica univa i cuori e generava partecipazione
Paese di minatori con il Pci all’85 per cento, Bagno di Gavorrano negli anni Cinquanta era un modello ovunque
GAVORRANO. Mauro Giusti ha 74 anni e ha dedicato tutta la vita all’impegno politico, sociale e civile, da semplice militante del Pci a più alti ruoli dirigenziali e amministrativi. Assessore provinciale dal 1985 al 1990, sindaco di Gavorrano dal 1990 al 1999, capogabinetto del presidente della Provincia Lio Scheggi dal 2003 al 2005, vicepresidente per oltre 10 anni della locale società sportiva. Iscritto al Pci dal 1952 al 2006, è stato segretario della Fgci, poi della sezione di Bagno, quella che è valsa alla frazione mineraria l’appellativo di “Piccola Russia”, la più grande della provincia di Grosseto con allora oltre 600 iscritti sui poco più che 2 mila abitanti del paese. Sposato, due figli e tre nipoti, Giusti ha condiviso con la moglie Luciana le vicende politiche che ha raccontato nel libro “I ricordi di un ragazzo del palazzo di mezzo”, uscito nel 2006. E sarà proprio lei una delle testimoni dell’epoca, protagonista del documentario di Maurizio Orlandi "La Piccola Russia", sulla storia della rossa Bagno di Gavorrano negli anni Cinquanta.
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Come è nata l’idea di un documentario partendo dal suo libro?
«Dal regista, Maurizio Orlandi, che ho incontrato lo scorso anno a Bagno quando è venuto a presentare il suo lavoro “Il direttore”. Avevo un filmino in super8 dell’inaugurazione della Casa del popolo, cui era venuto a presenziare Pietro Ingrao, che aveva bisogno di essere restaurato e digitalizzato e ho chiesto il suo aiuto. In quei fotogrammi Orlandi ha trovato molto di più che semplici ricordi. C’era l’anima della storia delle persone comuni che da sempre racconta nelle sue produzioni. Ne è rimasto talmente colpito che ha scritto il progetto di un documentario e ha cominciato a lavorare per produrlo».
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Che effetto le ha fatto sapere che le sue pagine sarebbero diventate un film?
«È stata una grande gioia, accompagnata dalla soddisfazione per tutti i protagonisti del libro, molti dei quali purtroppo non ci sono più, di essere testimoni di un passato politico che è scomparso e non tornerà, ma che non deve essere dimenticato».
Che è poi anche l’obiettivo del suo libro.
«Sì. Essendo rimasto l’ultimo dirigente del Pci tra quelli che avevano voluto realizzare la Casa del popolo, prima che fosse troppo tardi volevo scrivere un libro che raccontasse la storia di quegli anni e tramandasse alle giovani generazioni la memoria di un tempo in cui il senso di appartenenza politica teneva coeso un intero paese. Negli anni Cinquanta, gran parte della vita di Bagno si svolgeva in tre palazzi, tra cui appunto quello di mezzo dove sono nato e cresciuto, in ciascuno dei quali vivevano 42 famiglie. Tutti lavoratori della miniera, erano il cuore rosso del paese, dove il Pci prendeva l’85 per cento dei voti, contro il 73 del resto della frazione».
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A 14 anni dalla presentazione, davanti a 250 persone alla Casa del popolo, il libro ha recuperato una forte attualità, tale da suscitare l’interesse di università, centri di studio e Rai.
«È una storia di coesione, di scelte condivise, di appartenenza. Cito una mail dell’autore e conduttore di “Doc 3”, Fabio Mancini, al produttore Angelo Santovito: “L’idea di raccontare l’aggregazione popolare attorno ad un luogo così singolare genera una sensazione di meraviglia e di nostalgia. Se non politica, sicuramente sociale e popolare, nel senso migliore del termine”. Oggi questo senso della politica come partecipazione si è perso, soprattutto nella Sinistra che della coesione e della giustizia sociale dovrebbe essere il motore. Nella stessa Bagno, la scissione del Pci e gli eventi successivi hanno finito per disaffezionare dalla politica, creare divisioni, allontanare militanti, rompere amicizie. Un microcosmo che replica in scala quello che succede a livello nazionale. Eravamo molto di più che un sezione, avevamo una rete di rapporti che andava da Torino a Venezia, a Roma. “La piccola Russia” era conosciuta ovunque. Per l’inaugurazione della Casa del popolo venne una delegazione da Torino con due autobus. Migliaia di persone negli anni sono passate da qui. Eravamo un modello e un punto di riferimento, un’organizzazione grande e importante».
Come vive oggi la nuova stagione politica?
«La misura è data dalla fine che ha fatto la nostra Casa del popolo, semi-abbandonata, non più utilizzata, affidata a privati. Per noi era il centro della vita sociale. Per fare un esempio organizzavamo dai 70 ai 75 pranzi di matrimoni all’anno, che significava passare lì, insieme alle nostre donne, ogni sabato e domenica».
Le donne, protagoniste del documentario.
«È giusto che sia incentrato sulle donne. Erano loro che sostenevano l’impegno che il Pci richiedeva ai mariti e che lavoravano dalla mattina alla sera nella cucina della Casa del Popolo. Ho raccontato un aneddoto nel libro che meglio di ogni altro spiega il “triangolo” marito-moglie-partito, vissuto dentro e fuori la famiglia, dedicando tempo sottratto a quello personale. Una sera, Carlo Fantini, segretario di quella che oggi si chiama unione comunale, rientrò tardi a cena a causa di impegni politici. La moglie, arrabbiata, cominciò a litigare. “Sbrigati a brontolare, Giuliana, perché dopo ho un’altra riunione”, le rispose imperturbabile continuando a mangiare la sua minestra». —
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