L’eroe sovrappeso di Eastwood e una storia vera su cui riflettere
Domani nelle sale “Richard Jewell”, film sull’attentato alle Olimpiadi di Atlanta Accanto a Paul Walter Hauser una fantastica Kathy Bates in odore di Oscar
«Clint Eastwood mi piace perché è un attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e una senza cappello». Sono passati un po’ di anni dalla battuta di Sergio Leone sulle interpretazioni monocordi del giovane Eastwood. Dopo il western venne il tempo dell’ispettore Callaghan, e già lì a qualcuno sembrò impietoso e un tantino prevenuto il giudizio di critica e pubblico sulle qualità attoriali del cineasta statunitense che, pure e soprattutto, dietro la macchina da presa ha rivelato negli anni una profondità espressiva e una ricchezza linguistica inizialmente inconcepibili.
La premessa non è pura dialettica, e si collega a doppio nodo al nuovo film di Eastwood, “Richard Jewell” (nelle sale da domani) storia di un eroe per caso trasformato in terrorista dalla mano spietata di Fbi e media. Il regista (a maggio novantenne) attinge ancora una volta dalla cronaca per fare cinema. Dopo “J. Edgar”, “American Sniper”, “Sully”, “The Mule”, il buon Clint porta sul grande schermo una storia vera, quella di una guardia giurata, da sempre aspirante poliziotto, che in occasione delle Olimpiadi di Atlanta ‘96, mette in allarme le forze dell’ordine sulla presenza di uno zaino abbandonato. La sua intuizione e gli sforzi per evacuare la folla salvano molte persone. Da 30enne disattato che vive ancora con la madre (una fantastica Kathy Bates, candidata ai prossimi Oscar come miglior attrice non protagonista) Richard diventa un eroe nazionale, soddisfacendo quel desiderio di fama e successo da sempre coltivato. Il momento di gloria, però dura poco: la guardia giurata si ritrova come maggior accusato dello stesso attentato. Dall’Fbi, e in particolare dalla stampa.
Eastwood è stato criticato, e sollecitato a riabilitarne la reputazione, per aver insinuato che Kathy Scruggs, cronista di nera del giornale locale Atlanta Journal-Constitution, abbia a suo tempo offerto sesso all’agente dell’Fbi incaricato delle indagini in cambio di informazioni. Uno stereotipo bello e buono, quello della giornalista d’assalto pronta a tutto per uno scoop. Così come rispondono perfettamente alle generalizzazioni convenzionali l’agente federale, l’avvocato idealista, l’emarginato costretto a un lavoro poco edificante che sogna di mostrare il proprio valore. Gli stessi stereotipi di una società che fatica a uscire dagli schemi, che si crogiola nei preconcetti senza curarsi troppo della realtà, o meno, dei fatti. È andata così per Richard Jewell (prima del tardivo riscatto) ma anche per Clint Eastwood, troppo a lungo considerato un attore monocorde, invece dell’autore intenso che è, ancora vivissimo negli occhi di ghiaccio di splendido novantenne. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
