Finanza
Riflessioni sulla vita con Vonnegut e Stringer
«Cerco persone che siano appassionate, che coltivino ossessioni per qualche argomento». E ancora: «La sfida è quella di restare umani, di provare a compiere gesti umani, di cercare di ricordarci la condizione nella quale siamo nati». Sta tutto compreso fra questi due mondi – che sottendono due visioni del tempo e della vita, oltre la scrittura, diverse e a tratti complementari – il delizioso libro pubblicato qualche giorno fa da Bompiani “Stringere la mano a Dio” (pp. 80, € 12) trascrizione di due momenti in cui le vite di Kurt Vonnegut e Lee Stringer si sono incrociate. La prima è in una libreria di Union Square nel cuore di Manhattan nel 1998, l’altra invece durante un pranzo al Café de Paris. In questi appuntamenti i due autori si mostrano senza vergogna, arrivando a concordare su come «la gente pretende che tutto venga ridotto alla sua forma più semplice, a qualcosa che possa essere colto in un secondo» e che sia necessario «rivendicare il diritto a non essere pratici». Ma chi sono i protagonisti di questa riflessione che spazia dalla scrittura allo stare al mondo? Fra i due il più celebre è senz’altro Kurt Vonnegut, scomparso nel 2007, considerato uno dei maestri della narrativa americana del Novecento, autore di classici come “Mattatoio n. 5” e “Ghiaccio-nove”. L’altro, Lee Stringer, conosciuto per il romanzo “Inverno alla Grand Central”, ha vissuto per anni per strada e nella nota stazione di New York, vendendo anche il giornale “Street News” di cui per tempo è stato editorialista, dunque direttore. —
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