Il Tirreno

musica lirica 

Il Regio di Parma apre con il versiliese Galli «La mia Turandot avrà il lieto fine di Alfano»

Ilaria Bonuccelli
Il Regio di Parma apre con il versiliese Galli «La mia Turandot avrà il lieto fine di Alfano»

L’opera di Puccini manca da anni nel tempio dei verdiani Nel cast Rebeka Lokar, Carlo Ventre, Giacomo Prestia

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. «Penso ora per ora, minuto per minuto a Turandot e tutta la mia musica scritta fino ad ora mi pare una burletta e non mi piace più. Sarà buon segno? Io credo di sì». È il marzo del 1922. Puccini scrive a Giuseppe Adami, il suo librettista. Lavora da quasi cinque anni alla sua ultima opera. «E vuole un lieto fine. Quello era il libretto approvato. Perciò io proporrò il finale tradizionale di Alfano». Alfano II lo chiamano gli appassionati di Puccini. Il maestro Valerio Galli semplifica: «È il finale che venne rappresentato alla Scala nel 1926. Dopo la prima di Toscanini». Galli, che con Puccini è nato e cresciuto (fra Viareggio e Torre del Lago) ha il compito di aprire la stagione lirica al Regio di Parma, domani, proprio con la Turandot.

Il titolo manca da tempo a Parma, cuore dei melomani verdiani. Contemporanea è la coproduzione con i teatri di Modena e Piacenza, affidata per la regia, scene e luci a Giuseppe Frigeni. Il cast è importante: Rebeka Lokar è Turandot, Carlo Ventre è Calaf (nel secondo cast sarà il senese Samuele Simoncini); Liù è Vittoria Yeo, artista che collabora spesso con Muti; Altoum è Paolo Antognetti e Timur è il basso fioretino Giacomo Prestia, che a Parma ha debuttato nel 1992. Un allestimento che ha attirato l’attenzione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, atteso per la terza recita, domenica prossima.

E lei maestro Galli lo accoglierà con il finale Alfano.

«Sì. A mio avviso è quello più giusto per l’opera. Hanno fatto bene a sceglierlo per questa produzione. Il primo finale di Alfano era un po’ troppo personale, anche se l’artista aveva svolto un grande lavoro: immaginiamoci cosa deve essere stato completare la Turandot di Puccini. La prima versione, però, con i tagli operati da Toscanini è una sintesi equilibrata. Non mi scandalizza, anzi mi piace il finale Alfano II. Inoltre più di metà è di Puccini: segue gli appunti “consecutivi” del Maestro, scritti senza interruzioni. Sul finale Puccini ha scritto parti molto chiare, dall’inizio al momento del bacio fra Turandot e Calaf».

Quindi non trova giusto interrompere l’esecuzione alla morte di Liù?

«È una suggestione interessante. Puccini avrebbe detto: Se non la finisco, dite che qui è morto Puccini! Ma un’opera ha bisogno di una conclusione. E la morte di Liù non era la conclusione che Puccini voleva. Puccini aveva approvato il libretto con il lieto fine: magari avrebbe potuto cambiarlo, ma non l’ha fatto. C’era, fra l’altro, una traccia che diceva: Si baciano (Turandot e Calaf) in modo appassionato e vivono felici».

A quale parte musicale dovremmo prestare maggiore attenzione?

«A mio avviso, c’è una parte magica dopo la morte di Liù quando il coro canta: “Ombra dolente con farci del male. Perdona... perdona”. La scrittura musicale sembra quasi un momento surreale. Eppoi c’è la parte di Ping, Pong Pang (Fabio Previati, Roberto Covatta, Matteo Mezzaro), i “ministri del boia” nel secondo atto: c’è un registro divertente. E c’è il tema della nostalgia, tanto caro a Puccini. Ping canta “Ho una casa nell’Honan/con il suo laghetto blu... e potrei tornar laggiù”. Noi sappiamo che Puccini ha scritto questa parte a Viareggio, dopo che era stato costretto a lasciare Torre del Lago e la sua casa affacciata sul Massaciuccoli a causa dell’escavo della sabbia nel lago. Per me c’è una nota autobiografica forte in questa scrittura».

Eppure tutti ci concentriamo sul “Nessun dorma” quando parliamo di Turandot.

«Eppure quando fu scritto, Puccini non ne capì il potenziale fino in fondo. A questo proposito scrisse: Ho composto un’aria che forse avrà una popolarità pari a “E lucevan le stelle” (aria del tenore in Tosca, ndr). Non aveva compreso che sarebbe diventato il vertice della popolarità pucciniana. Oggi la conoscono tutti. Anche se la chiamano “Vincerò”». —

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