Il Tirreno

gli artigiani della lirica 

Il tono “squarciato”, lo squillo accelerato: le campane di Tosca sono made in Pistoia

Ilaria Bonuccelli

Per l’opera scelta da Chailly per aprire la stagione della Scala  recuperate (in parte) quelle commissionate da Puccini  

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«...Quel tono squarciato, indistinto, confuso, inafferrabile del campanone di San Pietro risponde ad un mi naturale». Puccini descrive rapido. Ha chiaro in testa il suono. Vuole campane, tante campane per la “Tosca”. Vuole suoni reali. E allora va il collina a Bargecchia, alle spalle di Viareggio. Poi vaga fra le chiese romane: San Pietro, San Pietro in Vincoli, Santa Maria Maggiore. Ultima tappa: Pistoia, dal Tronci. Se le fa costruire. Lo aveva fatto anche Verdi. Controlla di persona. Nel 2019, i maestri della Scala ripercorrono lo stesso cammino.

A Pistoia, non c’è più Filippo Tronci. C’è il nipote, Luigi. Al posto di Puccini si presentano il percussionista Gianni Arfacchia e il responsabile dei servizi musicali della Scala, Michele Sciolla. Ascoltano, scelgono. E si portano via tre campane. Le consegnano al maestro Bruno Nicoli, toscano di Carrara. Alla Scala è direttore dei complessi musicali di palcoscenico: di fatto è responsabile di tutta la musica prodotta dietro le quinte. A lui spetta il compito di far suonare le campane della Tosca come ai tempi di Puccini. Così li vuole il direttore d’orchestra Riccardo Chailly che per aprire la stagione scaligera sceglie la versione originale (1900) di Tosca, tagli compresi.

«La nostra sfida - esordisce Bruno Nicoli che è pure direttore d’orchestra e Tosca l’ha diretta e ridiretta - in questa occasione era di proporla come era stata pensata da Puccini, senza suoni campionati, ma con le campane reali, come ai tempi del Maestro. Una sfida non da poco perché in questa opera le campane sono tante campane: solo nell’alba del terzo atto, prima della fucilazione di Mario Cavaradossi (il tenore) suonano 11 altezze diverse, sono 11 strumenti diversi che suonano e, fatto incredibile, si toccano quasi tutte le note della scala cromatica. Però sono talmente bene inserite sulla melodia che suona l’orchestra degli archi che non c’è alcuna dissonanza. Il genio di Puccini ». Per rispettare le indicazioni del maestro, quindi, da Milano parte la spedizione per Pistoia «per vedere che cosa fosse rimasto all’azienda Tronci dove sappiamo che furono commissionate le campane da Puccini e dove sappiamo che il Maestro si recava personalmente ad ascoltarne il suono. Lo sappiamo dall’ultima raccolta di lettere di Puccini curata dalla professoressa Gabriella Biagi Ravenni, direttrice del Centro Studi Puccini di Lucca».

Scatta così l’operazione di noleggio di tre campane originali «mentre le altre - riprende Nicoli - le abbiamo noi alla Scala. Le abbiamo selezionate una per una per riprodurre in maniera fedele i suoni indicati da Puccini: in genere sono campane cilindriche (tubulari) che si appendono. Poi c’è una campana a calotta, molto più simile a campana da chiesa: così nel primo atto si sentono le campane uguali a quelle di Bargecchia (si sfondo al duetto fra Scarpia e Tosca), quelle dell’ Angelus, poi il grandiuoso Te Deum; quelle dell’alba del terzo atto». Proprio per rendere la bellezza delle campane dell’alba, Nicoli si mette in cerca di indicazioni e nella ricerca di imbatte in un tesoretto: «In una lettera del librettista dell’opera, Illica, si lamenta del fatto che sia stata cassata parte della sua didascalia sulle chiese di Roma». La didascalia originale è una sceneggiatura: “Tutto, intorno a S. Pietro e a Castel Sant’Angelo, è immerso in una nebbia plumbea. Lontanissimo, nell’estremo fondo, da San Pietro Montorio viene fioco fioco il suono di campana che chiama a mattutino; subito, dopo breve intervallo, vi risponde la piccola campana del convento di Sant’Onofrio, nel medio fondo, a destra; poi, più accelerate, echeggiano quelle lontanissime, a sinistra, di San Giovanni in Laterano, di San Pietro in Vincoli, di Santa Maria Maggiore; poi, sola ancor, e più accelerata, la campana della Chiesa de’ Miracoli, vicinissima, a sinistra, batte mattutino. Riecheggia dal Casermone di Aracoeli la diana delle trombe; risponde da Castel Sant’Angelo uno squillo isolato”. Infatti - commenta Nicoli - «se si legge la partitura con la didascalia ci si accorge che il lontano, il vicino e il medio corrispondono alle distanze geografiche delle chiese rispetto a Castel Sant’Angelo. L’opera è stata pensata da Puccini come un film e in questo allestimento alla Scala abbiamo cercato di riprodurre questo contesto in teatro con tre posizioni diverse – lontano, medio e vicino – anche per le campane. Non è stato facile “dosare” i suoni perché poi devono amalgamarsi tutti. Perché poi i percussionisti sono uno lontano dall’altro, quindi io ne posso seguire uno, un altro era seguito da un altro maestro. Uno era da solo. Un lavoro complesso che ha mobilitato molte persone». Compreso un vero artista del suono, ancora un toscano: il maestro fiorentino Andrea Baggio «che è svolto un lavoro straordinario per il campanone di San Pietro, l’unico riproposto con un suono sintetizzato», specifica Nicoli. «Il suono del campanone di San Pietro non funziona in teatro, neppure se registrato: è troppo metallico. Allora Baggio ha preso il suono di una chiesa tedesca l’ha mixato con il suono di un’altra chiesa (credo Santa lucia al Prato di Firenze). Li ha mescolati, li ha filtrati, poi ha spostato l’intonazione dal do al mi grave (suono chiesto da Puccini che è un suono quasi impossibile che una campana lo faccia naturalmente) e quindi è stato proprio costruito al computer». Ma con maestria d’artista. —

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