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archeologia 

Vita, volti e profumi dell’antica Pompei In mostra l’intimità della villa di Polibio

Silvia Lambertucci
Vita, volti e profumi dell’antica Pompei In mostra l’intimità della villa di Polibio

Gli oggetti della più ricca domus della città ci raccontano la quotidianità di una famiglia distrutta dal Vesuvio 

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Un beauty in legno e bronzo con le sue boccette di vetro piene di profumi e unguenti, i resti del letto con la sua maestosa testata, un cratere in bronzo che già allora, nel 79 d.C. poteva far mostra di sé come un ricco pezzo di antiquariato. Enorme e raffinata, le decine di stanze affrescate con i colori più in voga, il magnificente e odoroso giardino pieno di piante da frutto e di fiori, la casa di Giulio Polibio, candidato di punta alle elezioni che si sarebbero dovute svolgere a breve, era una delle più belle di Pompei, ricca come il suo padrone, facoltoso liberto della gens Julia, commerciante in carriera dalle alte ambizioni e dai gusti elevati. Ma forse anche di più, visto che per gli archeologi questa dimora dalla pianta particolarmente complessa potrebbe essere appartenuta in passato proprio alla gens Julia, in particolare ad un certo L. Julius Philippus il cui sigillo è stato trovato in giardino e che forse potrebbe averla abitata prima che venisse ceduta a Giulio Polibio.

Tant’è, quella meraviglia di 7.500 metri quadrati edificata proprio accanto alla domus dei Casti Amanti (siamo sempre sulla famosa via dell’Abbondanza) è stata abitata fino all’ultimo istante della tragedia, i suoi 13 abitanti, componenti della famiglia di Polibio sono morti tutti fra quelle mura, qualcuno anche nel suo letto, senza portare via nulla, dai gioielli alle suppellettili, i mobili, le argenterie, il vasellame da cucina.

«Con tutta probabilità avevano deciso di non muoversi perché la giovane figlia di Polibio, una ragazzina poco più che sedicenne, era incinta e la gravidanza era ormai agli sgoccioli, sarebbe stato difficile per lei fuggire», spiega il direttore del Parco archeologico Massimo Osanna. Quello che è rimasto insieme ai resti dei corpi e a quel carico di suppletiva tragedia è una sorta di manuale della vita pompeiana che ora rivive in una mostra raffinata che, in attesa che vengano completati i lavori di restauro della domus, Osanna ha voluto allestire nelle sale dell’Antiquarium. Aperta al pubblico da oggi, la rassegna fa parte di una serie di esposizioni monografiche sulle più importanti abitazioni della antica colonia romana. E con la sua storia così drammatica e insieme paradigmatica dell’orrore che lo scoppio del vulcano inflisse alla cittadina permette un tuffo ad alto tasso emotivo nella quotidianità di una agiata famiglia di allora.

«In mostra – anticipa Osanna – ci sono oltre 70 oggetti frutto degli scavi terminati all’inizio degli anni ‘80 da Zevi ed esposti per la prima volta tutti insieme. Una vetrina raccoglie la bellissima scatola beauty e poi lucerne, porta lucerne, bruciaprofumi, vasellame per la cottura dei cibi, coppe per banchetti e bottiglie di vetro fino alla statua in bronzo di Apollo che Polibio aveva voluto nel vestibolo».

Ma non solo: a rendere più commovente questo salto indietro di duemila anni nell’intimità di una famiglia distrutta dall’eruzione, ci sono anche i volti di tre dei suoi componenti, tra cui proprio quello della giovane donna incinta. «Le teste sono il frutto di un esperimento di estrema avanguardia che fu fatto dai tecnici negli anni 70-80, qualcosa per allora di assai pionieristico – sottolinea Osanna – noi abbiamo deciso di esporle così ognuna accanto al suo teschio per dare una volta di più l’idea di quello che è stato». Certo non è detto che quei volti ricostruiti siano in tutto e per tutto fedeli agli originali ma l’impatto per chi ci si trova davanti è comunque da togliere il fiato». —

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