Gioco
Puccini autobiografico nella Bohème in scena per le feste di Natale al teatro del Maggio
Fra gli interpreti Jessica Nuccio, Nikoleta Kapetadinidou, Alessandro Luongo, Francesco Galasso. Dirige Ciampa
Eccolo lì Puccini. In quella soffitta da «freddo straordinario... La spesa per la stufa non è grande – scrive studente di conservatorio allo zio Cerù, benestante lucchese – ma quel che mi dà da pensare è il carbone». Milano d’inverno non è tanto diversa da Parigi. La vita squattrinata, in una lettera del 6 dicembre 1882, affiora tutta nella mansarda dove Puccini diventa Rodolfo con un tocco di musica. E il pittore Marcello è “Cecco”, Francesco Fanelli, convivente con la vedova vivace, a Torre del Lago. Parte dell’allegra compagnia del “club La Bohème”, capanna di legno e falasco a Torre del Lago, bottega di ciabattino di giorno di Giovanni Gragnani, bettola di notte per gli amici, come racconta bene il pittore Ferruccio Pagni e ancora meglio Michele Girardi in uno dei suoi saggi sul Maestro. La Toscana, Torre del Lago, la povertà milanese, la giovinezza scapestrata parigina sognata e idealizzata, fra un giro di carte, una mangiata, le folaghe, i mestoli diventano il capolavoro che da stasera è al Maggio: debutto alle 20, con Francesco Ivan Ciampa sul podio. E tante voci che riportano La Bohème ai luoghi ai quali appartiene.
Certo La Bohème è l’opera francese di Puccini, ispirata ai racconti di Murger “Scenes de la vie de La Bohème”. Ma è molto più autobiografica di quanto si possa pensare. Nelle scene di ristrettezza che descrivono il freddo e la povertà patita a Milano, durante gli anni di studio. Nelle scene di baldoria, con gli amici artisti del club La Bohème, assai di più di una baracca sulle sponde del lago di Massaciuccoli. Al punto da ispirare – nei battibecchi fra Cecco e la sua donna – le liti fra Marcello e Musetta che mutuano dai linguaggi versiliesi gli epiteti “rospo”, “vipera”. Solo “imbianchino” cede il passo nel libretto a “pittore da strapazzo” come si sentirà anche stasera quando sul palco, nel terzo atto, si pizzicheranno ancora la Musetta affidata all’allieva dell’Accademia del Maggio, Nikoleta Kapetadinidou, e il Marcello interpetato dal baritono pisano Alessandro Luongo. Un artista di grande esperienza che ottiene questo ruolo per la prima volta grazie al prestigioso concorso lirico Titta Ruffo: siamo a Pisa, al Giardino Scotto. Poi arriveranno le grandi produzioni: a Roma, nel 2018, la ripresa di quella che il Teatro Regio allestisce (nel 2016) per i 120 anni del debutto dell’opera; ma soprattutto a Torre del Lago, nel 2014 al Festival Puccini con cast irripetibile: la regia affidata a Ettore Scola, sul podio Valerio Galli (viareggino) che proprio al Maggio ha appena diretto Il Trittico; poi il tenore Fabio Armiliano e la compianta Daniela Dessì: ruoli che nella produzione ora in cartellone al Maggio sono affidati a due voci interessanti: Francesco Galasso (Rodolfo) e Jessica Nuccio (Mimì) che a Firenze è già stata Violetta ne La Traviata di Verdi e Gilda in Rigoletto. «Questi nomi – dice Luongo – dovrebbero bastare a far capire che venire a vedere questa Bohème sarà un arricchimento dell’anima. È una produzione da non perdere perché contiene l’anima di Puccini. L’allestimento a tratti è un po’ astratto, ma rispetta la tradizione e soddisfa tutti i palati. Ma soprattutto propone una qualità artistica enorme, con un’orchestra in forma smagliante e un direttore all’altezza del genio di Puccini».
Repliche fino al 5 gennaio. Biglietti da 10 a 100 euro. —
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