Sicurezza
Nino Sofia, il cronista che arrivava per primo Ora Palermo vuole intitolargli una strada
Già condirettore del Tirreno, con il nonno e il padre ha rappresentato una famiglia di giornalisti dalla schiena dritta
IL RITRATTO
C’era una foto nella stanza di Nino Sofia al giornale, il luogo dell’andirivieni dei guai e mugugni e di bisticci in cerca di ricomposizione: con quella faccia da attore – forse più Remo Girone che Marcello Mastroianni – era schivo e si teneva alla larga dalle pose e dai capricci del mestiere. C’era lui sì, in cima a una scala e un tipo accanto: ai loro piedi il corpo di un morto. Anzi, di una morta. E non era una “ammazzatina” di mafia, come avrebbe detto Andrea Camilleri. Ma nessuno poteva ancora saperlo che era semplicemente volata giù dalle scale: Nino era lassù in cima alla scala perché era arrivato prima di tutti. Prima perfino dei poliziotti di Boris Giuliano, il commissario che in quella foto è vicino a lui (e che dalla mafia sarebbe stato ammazzato).
Alla scuola de “l’ora”
Figlio di capocronista e nipote di direttore, avrebbe potuto ritagliarsi un angolino extralusso dal quale pontificare ma aveva preferito scarpinare per marciapiedi e contrade: l’aveva fatto per un quotidiano, “L’Ora”. Noi quaggiù l’abbiamo etichettato come il giornale antimafia ma, dice Attilio Bolzoni, uno dei tanti grandi inviati cresciuti a quella scuola siciliana, era «solo e soltanto un giornale che pubblica le notizie». Ma già quello bastava per fare una scelta di campo controcorrente: ne sapeva qualcosa il suo collega Giovanni Spampinato, l’unico ad aver alzato il velo sugli strani traffici fra neofascisti e cosche, l’unico ad aver reso noto che le indagini puntavano anche sul figlio di un alto magistrato siciliano (sarà proprio quel giovane a assassinarlo).
Del resto, chissà se era davvero per una coincidenza che Nino Sofia fosse arrivato al Tirreno poco dopo l’uccisione del giornalista Beppe Fava a Catania: l’ultimo di una serie di colleghi ammazzati (come Cosimo Cristina e Mauro De Mauro, per tacere di giornalisti-attivisti come Peppino Impastato e, qualche anno più tardi, Mauro Rostagno).
Cittadino del mondo
Ma mettere l'accento sugli anni del mestiere di Sofia a Palermo e fermarsi lì sarebbe come rinchiudere Nanni Moretti rimanendo ai baffoni di “Ecce Bombo”, Giorgio Caproni considerandolo solo fino alle liriche di “Il seme del piangere” o Pier Paolo Pasolini tagliando via tutto quel che ha scritto e fatto dopo “Accattone”. Certo, come dirà Riccardo Pasquinelli ricordandolo sul Tirreno nel giorno della scomparsa a 65 anni nel 2011, «ha probabilmente sempre rimpianto un po’ la prima linea in Sicilia», ma il fatto di aver incrociato già a Palermo il proprio destino con quello di Mario Lenzi lo porterà a fare il salto sì nella carriera ma soprattutto negli orizzonti: radici sicilianissime dunque ma cittadino del mondo. Lenzi lo condurrà nell'avventura da grande “padre” di una nuova idea di giornalismo locale che si materializzerà nella “covata” di quotidiani dell'Espresso, il cui apripista fu Il Tirreno, dove Nino approderà dopo aver lavorato alla Provincia Pavese, al Mattino di Padova e al Centro di Pescara.
il volante e la libertà
Chissà se è davvero un caso se, alla fine di questo percorso nei giornali e nelle città, un uomo che amava così tanto mettersi al volante come uno scatto di libertà verso l’orizzonte – talmente tanto che una volta, neanche poi così ragazzino, alla guida da Montenero con la moglie Stefania arrivò dritto in Portogallo senza mai riposarsi – aveva poi deciso di fare di Livorno la sua nuova terra.
Era il motivo che, come ha ricordato Mario Tredici nel commiato su queste pagine nel giorno del funerale, portava ciascuno in redazione a vederlo come il punto di equilibrio: «La sua stanza era la vera camera di compensazione di una macchina fatta di uomini, perché questo è un giornale: non le rotative, la carta, i computer». Ma gli uomini e le donne che lo fanno giorno dopo giorno, con il mal di pancia, le tensioni, i mugugni, i battibecchi che sono dietro ogni angolo.
Era “Ben Hur” il film-cult di Nino, rievocava Federico Buti, allora responsabile delle pagine della cultura. E chissà se anche questo non era un caso: americano quanto si vuole, fatto sta che le scene madri delle grandi battaglie navali le hanno girate nel mare davanti al Calambrone ed erano state le maestranze dell'imprenditore livornese Tito Neri a usare la pece per rendere più spettacolari le scene dei roghi…
I Sofia sono stati una dinastia del giornalismo siciliano: Nino senior, che guidò “L’Ora” per alcuni anni durante il fascismo cercando di dare larvatamente sponda agli ultimi intellettuali d’opposizione al regime, e poi fece ripartire l’attività dopo la Liberazione; Marcello, caporedattore, il primo a dare via Ansa la notizia della morte del bandito Giuliano; infine, il nostro Nino. Prima a consumarsi le suole facendo la “nera” (raccontando i misteri di Sicilia senza farsi prendere dall’enfasi o dal vezzo di piegare la realtà all’estro letterario); poi, a far girare la “macchina” dei giornali del gruppo Finegil-Espresso fino a diventare condirettore del Tirreno.
I NOMI DELLE COSE
Chiamava le cose con il nome che hanno: «mafia» se si ha da parlare di mafia, oppure «cancro» se è la malattia che ti sei trovato ad affrontare con le “armi” del giornalista, null’altro se non il coraggio della voglia di capire («la mia malattia è la notizia più importante che mi sia capitato di seguire in via mia, più del caso De Mauro»).
Adesso dopo che a Palermo per la prima volta una strada è stata intitolata a un quotidiano (“via Giornale L'Ora”), durante il reading “L’Ora Edizione Straordinaria” per il centenario di Vittorio Nisticò, direttore-simbolo di quella stagione, Sergio Buonadonna del comitato ex giornalisti dell'Ora ha lanciato l’idea di dedicare una strada alla dinastia giornalistica dei Sofia (Nino senior, Marcello e il nostro Nino) rinominando l’attuale “via Generale Magliocco”. Niente di meglio per cancellare – con il nome di nonno, padre e figlio che in Sicilia hanno fatto la storia del giornalismo - la vergogna di una toponomastica che canta le glorie di un alto ufficiale dell’Aeronautica regia responsabile degli inumani bombardamenti con il gas iprite nella guerra d’Etiopia. —
Mauro Zucchelli
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