Il Tirreno

Sul palco il lato più intimo di Manuel Agnelli «Cerco libertà e contatto con il pubblico»

Guido Siliotto
Sul palco il lato più intimo di Manuel Agnelli «Cerco libertà e contatto con il pubblico»

Il frontman degli Afterhours in concerto da solista domani sera al Tuscany Hall di Firenze fra inediti e cover 

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intervista



“An evening with Manuel Agnelli” è il titolo dello spettacolo che, dopo il successo della scorsa primavera, torna completamente rinnovato a Firenze domani al Tuscany Hall (ex Obihall) in via De Andrè (qualche biglietto è ancora disponibile, prezzi da 40 a 46 euro). Come dice il titolo, è l’occasione per l’artista milanese di presentarsi al pubblico in una dimensione più intima del solito, tra brani originali e cover, coadiuvato da Rodrigo D’Erasmo.

Agnelli, come mai questo spettacolo così insolito per lei?

«Anzi tutto mi sembrava opportuna una pausa con gli Afterhours. Il successo ha portato la band a un livello tale che ogni esibizione diventa una produzione impegnativa in una dimensione quasi aziendale, che rischia di mettere in secondo piano la spontaneità artistica. Così mi è venuta voglia di un progetto più libero, dove puoi anche cambiare la scaletta all’ultimo secondo. E poi volevo recuperare un rapporto diretto col pubblico. Se suoni in una band, l’energia nasce dall’interazione tra i musicisti sul palco, invece in teatro ci sono io che parlo col pubblico, ed è una dimensione non dico migliore, ma senz’altro diversa. E poi mi rende più accettabile il ruolo da rockstar che ho con gli Afterhours. È il modo per concentrarmi sulla parte creativa più che sull’aspetto professionale. Alla mia età non posso più avere la spontaneità adolescenziale degli esordi, però vorrei poter recuperare la sincerità espressiva che avevo allora. Ma la sincerità ci può essere solo se c’è libertà e, se mi guardo attorno, sono davvero pochi gli artisti che sono riusciti a conciliare la popolarità con la libertà».

Il suo percorso nel rock è ormai trentennale. Cosa pensa della musica di oggi? Nel suo ultimo album, tratto dallo spettacolo, la definisce «musica di merda». È davvero così?

«Ora c’è la trap. Ma attenzione: quando uscì il punk, la reazione degli adulti fu quella che noi abbiamo oggi nei confronti della trap. I Sex Pistols erano ragazzi che volevano solo fare sesso, drogarsi e diventare ricchi. Solo più tardi è venuto fuori il lato artistico e nobile del punk, ma all’inizio era roba da trogloditi. Oggi la trap non fa altro che sputarci in faccia la società di oggi, un immaginario che è il prodotto della nostra civiltà. Sono i nostri figli, i figli di un paese in crisi economica e di identità. Dovremmo farci delle domande, anziché criticarli».

La Tv e Internet che ruolo hanno?

«La Tv è un mondo meraviglioso, con grandissimo potenziale, come Internet, del resto. Importante è l’uso che se ne fa. In questo momento, Internet è un po’ come l’eroina che negli anni Settanta ha azzittito un’intera generazione. Oggi, ogni possibile rivoluzione è annientata dall’idea che puoi startene a casa con un sacco di amici virtuali. Per questo è magnifico il movimento delle Sardine, perché i ragazzi stanno riempiendo le piazze e per molti di loro è un’assoluta novità. D’altronde, la coscienza si può manipolare tramite Internet, ma quando migliaia di persone scendono in strada, è un fatto tangibile e non si può far finta di niente. Internet è anche informazione. Il problema è che “troppa” informazione è “non” informazione: se sai che su Internet trovi le risposte, non le vai neppure a cercare e in realtà non sai nulla. Se poi aggiungi che il linguaggio online è conciso e povero, lo scenario non è roseo. Per questo penso sarebbe meglio optare per i formati fisici, libri o dischi. Dovremmo tornare a una sorta di slow food dell’informazione».

Il suo ultimo album è uscito in vinile e in digitale, ma non in cd. Perché?

«Ho sempre amato il vinile e ora è tornato moda. Da un certo punto di vista, può essere limitativo, su un Lp non è stato possibile inserire un intero concerto, ma solo un certo numero di canzoni. Tuttavia, se devo scegliere un formato fisico, scelgo quello: la copertina è magnifica e il suono si sente meglio».

Quale è il disco che le ha cambiato la vita?

«Potrà sembrare strano, ma è la “Polacca n. 6” di Chopin, rubato a mio padre quando avevo sei anni. Quel suono mi sconvolse. La musica è suono e questo è un vantaggio rispetto alle altre arti, perché quando è bella e funziona, le teorie e le chiacchiere stanno a zero». —

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