Il Tirreno

Benedetta Barzini, mannequin controcorrente: «Non sono un mito, voglio lasciare il mondo»

Flavia Piccinni
Benedetta Barzini è nata a Porto Santo Stefano 76 anni fa
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Benedetta Barzini è nata a Porto Santo Stefano 76 anni fa

È stata una delle modelle più quotate, ma rifugge la notorietà. Il figlio Beniamino la racconta nel documentario “La scomparsa di mia madre”  

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«Siamo in un momento in cui i politici parlano in prima persona, non in nome di un ideale o di un movimento, di una strategia politica, ma solo per loro stessi. Siamo in un’epoca totalmente egocentrica, ma io non ho niente a che vedere con queste cose, e voglio starne alla larga». Parla così – con una voce roca che è poesia – Benedetta Barzini, che nella sua vita è stata una delle più quotate mannequin per Vogue (a scoprirla fu Diana Vreeland), insegnante di moda e mamma di quattro figli: due avuti con il regista Roberto Faenza, due dall’artista Antonio Barrese. Ora è protagonista dello splendido documentario “La scomparsa di mia madre” girato dal figlio Beniamino Barrese, che sarà presentato oggi a Prato (Centro Pecci, ore 21) alla sua presenza.

Il documentario – che gode di trovate narrative poetiche e commuoventi, alternate al presente di una donna scontrosa e per questo, forse, ancora più affascinante – racconta di Barzini con uno sguardo innamorato e ossessivo, come può essere solo quello di un figlio. «Non potevo rifiutare quando Ben me lo ha domandato – spiega lei – anche se io desidero solo allontanarmi per sempre dal mondo».

Quello della sottrazione – dalla società, ma anche dal consumismo – è il tema che emerge prepotente dal documentario. Ma come si fa a negarsi al mondo?

«È una cosa che avviene gradualmente. Non è che uno si alza e dice: le cose non mi vanno più bene così, me ne vado. C’è una premessa, un atteggiamento, una rincorsa. È una riflessione continua, che mette in conto tante cose. Anche soffrire, perché il dolore ti insegna tantissimo, mentre la gioia un bel niente».

Lei è sempre stata molto rigorosa e molto dura con se stessa. Continua a esserlo anche adesso?

«Sono nata a Porto Santo Stefano, sono cresciuta sballottata con le governanti tra New York e la Svizzera, finché non ho deciso di scappare. Faticavo a capire chi fossi. Il rigore mi ha salvata. Mi ha aiutato a difendermi dal cadere nelle trappole. Spesso mi sono sentita uno spettatore alla finestra: il mondo del lavoro, il mondo dei movimenti americani dell’epoca, la droga. Guardavo, senza mai lasciarmi intrappolare. E questo, insieme all’osservazione, mi ha aiutato a selezionare, nell’arco di quarant’anni, una scala di valori nella quale hanno spazio dei principi ferrei».

Può elencarli?

«L’autenticità. La coerenza. Il rispetto. L’etica. Queste cose diventano molto significative, e quando ci si scontra con un mondo che punta solo al denaro e specula sui giovani, l’unico modo è andarsene. Astenersi dal partecipare all’ignominia. Il denaro è certamente necessario, ma non è il valore principale. Vale di più l’etica. Si arriva a ragionare sulle proprie esperienze, e anche a tirare le fila, con il pensiero, non con i soldi».

Nel film lei riflette sul passato, e sul suo solitario presente. Ma se dovesse fare una prospettiva sul futuro?

«La mia vita è la storia di una sconfitta. Andarsene, e lasciarsi dietro le spalle gli affetti, non è la cosa più divertente del mondo. Ma è il prezzo che si paga per tornare se stessi. Sulla mia bilancia c’era da un lato quello che vivo e dall’altro il diritto a una vita diversa, che ancora in me non è del tutto chiara».

Diversa in che cosa?

«Diversa rispetto al denaro, al sistema della società in cui sono vissuta, in cui i valori sono stravolti. È come dire: rinuncio, tanto non potrò mai vivere decentemente e umanamente in questa società».

Eppure lei viene considerata, anche per la sua storia famigliare, membro di una certa élite italiana.

«Questa è una favola da cancellare! Nel gruppo dell’élite non ci sono mai stata. Il mio lavoro di modella era una recita fatta esclusivamente per chi mi scritturava. L’unica cosa vera in cui ho investito la mia persona è stato lo studio e l’insegnamento, per cui la vita elitaria non l’ho mai fatta. Guadagnavo pochissimo come modella, perché lavoravo solo per i redazionali di Vogue, e mi pagavano cento dollari al giorno. Forse anche questo mi ha salvata: non aver mai guadagnato somme astronomiche, e aver vissuto sempre con i piedi per terra. Ho cercato sempre l’essenzialità. Anche quando abitavo a New York avevo una stanzetta affittata da una signora. Mi sono sempre rifiutata di fare vita mondana. Osservavo, ma non salivo sulla giostra».

Ha conosciutò però Dalì e Andy Wharol.

«Li ho conosciuti, ma non partecipavo alla loro leggenda».

Dunque il mito Barzini è una menzogna?

«Guardi, il mito è nato recentemente, quando le modelle hanno cominciato ad avere un nome e un cognome. Prima le modelle erano solo carta stampata con una bella faccia sopra. Dentro questo calderone ci hanno infilato anche le ex modelle, e così è spuntato di nuovo il mio nome». —
 

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