Il Tirreno

Paolo Virzì vincitore del “Pegaso d’Oro”: «Attenti ai social, sono strumenti di odio»

Gabriele Rizza
A sinistra il governatore Enrico Rossi consegna il “Pegaso d’Oro” a Paolo Virzì
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A sinistra il governatore Enrico Rossi consegna il “Pegaso d’Oro” a Paolo Virzì

Al regista livornese la massima onorificenza della Regione Toscana. Proiettato “Ovosodo” a un pubblico di ragazzi 

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Non nasconde l'emozione Paolo Virzì quando il presidente Enrico Rossi gli consegna il Pegaso d'Oro, la massima onorificenza della Regione Toscana, istituita nel 1993, che nel suo palmares annovera fra gli altri Ingrid Betàncourt, Aung San Suu Kyi, Yasser Arafat, Mario Luzi, Jacques Delors, Mikhail Gorbaciov, per aver creato un «cinema universale, capace di arrivare al pubblico nella sua interezza, per chiamarlo a riflettere su questioni sociali in una chiave critica e contemporanea, affrontando temi che ci appartengono come la malattia e la cura, lo sfruttamento e il riscatto, l'avidità e la solidarietà, la precarietà, la solitudine, la dignità», recita la motivazione. «Questa lista con tanto di premi Nobel mi intimidisce - esordisce Virzì - ma al tempo stesso mi sprona, è come un incoraggiamento a volare. Il Pegaso è un cavallo alato, un animale selvaggio che non ha paura di nulla, è una cascata di stelle: lo conserverò con la massima attenzione». Il cinema La Compagnia, dove la cerimonia si è svolta, è gremito di ragazzi che hanno visto (molti per la prima volta) “Ovosodo”, che è la sua Livorno, la città e il mondo, costruito come un classico romanzo di formazione, in bilico fra nostalgia e rassegnazione. «Quel finale, all'epoca fu giudicato allegro o deprimente, oggi non sarebbe possibile, sarebbe irrealistico. Le fabbriche non ci sono più, se una ti assume è un culo della madonna. Ma la Toscana, nella gioia e nel dolore, è la patria romanzesca che ho spesso in mente. Qui ho trovato la dolcezza delle colline dei vivai pistoiesi; la realtà dei centri commerciali pratesi, l'incanto notturno di Montecatini e le sue vite torbide, la frenesia della Versilia. Ma anche la placida alba del mare di Viareggio, l'imponente aristocrazia della Lucchesia fine alle ville degli avvocati berlusconiani nell'Argentario».

Il cinema e la politica. Virzì non si sottrae. Fra i suoi debiti artistici spunta il nome Fellini: «Ma Fellini è una divinità, un mago. È quello che Michelangelo è per la scultura. Quando vidi per la prima volta “8 e mezzo” in tivù rimasti sbalordito. Ma che mestiere è fare il regista? E quella malinconia da dove arriva? Lo tengo sul comodino come la Cibalgina, è un prontuario di salute mentale, ti rifocilla quando la vita ti sembra insopportabile. Non mi vergogno a dire che ho copiato tanto. Io prendo lezioni da tutti. È una figata imparare dagli altri. Mi piacciono i narratori, come Altman, come Ken Loach, autori che parlano della gente comune, senza lacrimevole vittimismo, che raccontano la loro potente energia. I miei film ideali sono tanti, avrei voluto girare 'Ladri di biciclette', 'Papà è in viaggio d'affari', 'I 400 colpi', un cinema vitale che è una finestra aperta sul mondo e sulla vita».

Il mondo sembra aver preso una brutta piega. Va da una parte che non è quella giusta. È malato, sull'orlo del collasso. Fra dissesti ambientali e politiche sovraniste. «Difendo la professionalità della politica, lo so che è impopolare ma sono anche per le auto blu, perché chi si occupa della cosa pubblica deve andare più veloce. I social sembravano lo spazio della fratellanza, la comunità, tutti con tutti collegati, sono diventati strumenti di odio, stanno intossicando il pianeta, mettendo a rischio la democrazia. So che a Roma stanno organizzando un flash mob delle sardine, ci andrò, ma mi nasconderò perché guai a fare le liste delle celebrità che vi partecipano. Oggi nel talk televisivi i politici parlano di cose che non ci interessano. Preferisco aiutare a pulire la scuola dei miei figli il sabato pomeriggio che espormi pubblicamente. Certo è un momento difficile, bisogna tenere gli occhi e le orecchie aperte. Sta soffiando un vento preoccupante. L'odio è una merce facile da vendere. Mi spaventano gli impresari della paura. Chi semina bugie, odi, divisioni. Si mette in moto un meccanismo di regressione che mi fa ribollire il sangue».

Un amarcod livornese che guarda avanti? «Prendi la mostra di Modigliani. Dopo cinque anni di chiacchiere questa mostra è una lezione esemplare di come si può lavorare per il bene comune della città. Al di là dell'omaggio all'artista è il segno che le cose belle e utili si possono fare se le persone ci credono, si rimboccano le maniche con modestia ed entusiasmo e non per punire chi c'era prima».

Per dirla con Enrico Rossi ecco «un grande intellettuale della Toscana che non ha mai lasciato il popolo». È la forza della commedia, bellezza.


 

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di Redazione web