Gioco
Il tempo del jazz come vocazione alla vita ...tanto per cambiare
Un paese diventa ombelico del mondo grazie a un festival La cooperazione funziona: come una band in concerto
enrico mannari
«Il Jazz è i musicisti, il Jazz è anche i luoghi dove è suonato», sono le parole di un finissimo studioso del Jazz che altri non è che uno dei più illustri storici contemporanei, Eric J. Hobsbawm. Parole che mi sono tornate in mente leggendo il piccolo ma coinvolgente libro di Enrico Parsi, Tanto per Cambiare. Paolo Fresu, Berchidda e altre storie di economia civile, con prefazione di Paolo Fresu, edito da Pacini Editore.
Il musicista è appunto Paolo Fresu che ha solcato palcoscenici internazionali ma che ha deciso di non perdere il legame con la sua terra natale, dimostrando come la terra d’origine “non è un luogo da abbandonare, ma da ricreare, da coinvolgere da valorizzare”, facendo conoscere in questo caso al pubblico l’immenso valore umano e artistico che la Sardegna e Berchidda in particolare hanno da offrire. Dunque un musicista Jazz che diventa molteplici altre cose tanto da mettere in campo così molte energie da generare dal 1988, un festival particolare: “Time in jazz”. Così, Berchidda, il piccolo paese della Gallura dove si svolge il festival, è diventato un luogo di livello internazionale.
Dunque il Jazz, che dal delta del Mississippi si fa strada sino alla Sardegna, dà vita ad un evento che testimonia come si possa alimentare una economia civile che significa cultura, socialità, ben vivere, professionalità, vocazione ambientale, ma anche giusta remunerazione. Dove è la cultura a colonizzare l’economia e non viceversa, e quindi può esserci un modo diverso di fare economia, dove il profitto non è considerato obiettivo plausibile, ma solo uno strumento per fare bene le cose. Un festival unico che offre all’autore l’opportunità di riflettere sulla politica oltre la politica e quindi, alzando lo sguardo, di raccontare le tante esperienze di civismo, che si possono trovare dal Nord al Sud. Che è anche il cuore della storia della cooperazione. Parsi, da cooperatore, è direttore di Scuola Coop, l’Istituto di Formazione delle cooperative di consumatori, ci dice molto “su cosa sia e possa essere la cooperazione: non una qualità innata, ma una scelta da rinnovare ogni giorno con fatica, per chi ha deciso di crederci. Dove le contraddizioni non mancano, ma non per questo si demorde”.
Un aspetto che più mi ha colpito e che condivido è che Parsi, partendo da “Time in Jazz”, ci invita a non raccontare solo il rancore sociale, frutto delle diverse diseguaglianze, che pervade tante zone d’Italia; ma anche a raccontare quelle esperienze di economia civile, e magari riuscire a metterle in rete, creando una massa critica che potrebbe influire sullo stesso scenario politico. Insomma, come ha affermato recentemente l’economista francese Eloi Laurent, occorrerebbe cambiare gli indicatori economici di riferimento e partire da benessere e cooperazione. Per cambiare strada basterebbe iniziare a rendere concreti anche gli obbiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda ONU del 2015.
Ha ragione Paolo Fresu nella sua prefazione, Enrico Parsi con leggerezza ha saputo fotografare “un tempo in divenire”.
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