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La ribellione senza cause dei teddy boys italiani fra Marlon Brando e Elvis
PISA. Furono i teddy boys all’italiana i protagonisti della prima vera frattura generazionale nella storia del nostro Paese. Per la prima volta un saggio mette al centro i giovani italiani degli anni Cinquanta descrivendo la loro «ribellione senza causa» ispirata soprattutto dai film e dalla musica americana. Il volume appena pubblicato dalla Pisa University Press si intitola “Parole ribelli” e ne è autore il professore Alessandro Volpi del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Il libro è stato presentato di recente al Pisa Book Festival.
«Si trattò di una frattura che per molti versi avvenne senza una consapevolezza ben precisa – spiega Alessandro Volpi – una ribellione senza causa, appunto, lontana dalla politica e dal linguaggio dei grandi partiti e caratterizzata piuttosto dal disimpegno e dall’emulazione di modelli consumistici ed esterofili».
Gli eroi di questa ribellione furono i grandi attori americani del disagio giovanile – Marlon Brando, James Dean, accompagnati dal mito di Elvis Presley – tutti simboli vissuti dai giovani italiani in un’ottica di immedesimazione senza una reale conoscenza dei fenomeni culturali che li avevano generati. «Di Brando, Dean e Presley, i giovani italiani amavano proprio la ribellione senza motivo che non aveva bisogno di appartenenze ideologiche e di progetti per il domani – continua Volpi – I teddy boys erano, in tale ottica, il paradigma più esplicito di uno stile di vita sganciato dalle circostanze e dalle visioni; un modello di vita da consumare subito e in fretta che non aveva radici né poteva lasciare un’eredità, secondo quella generazione».
Una ribellione che secondo la tesi di Volpi, si manifestò soprattutto nelle produzioni di largo consumo, quasi si trattasse di un fenomeno interamente commerciale. Nacquero così la musica per i giovani, la stampa per i giovani, la letteratura per i giovani, i fumetti per i giovani, l’arte per i giovani, che si caratterizzarono proprio per i tratti ribelli fini a se stessi.
«Da questo punto di vista – conclude Volpi – i ribelli degli anni Cinquanta nel loro edonismo, nella loro protesta senza giusta causa, nel loro consumismo esasperato e persino nella loro violenza senza senso, non anticipavano in alcun modo le rivolte degli anni Sessanta, in cui la prospettiva comunitaria era largamente prevalente su qualsiasi istanza individuale e, soprattutto, non avevano nulla a che fare con la ventata ideologica del 1968, di cui certo non costituirono in alcun modo la preparazione». —
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