Gioco
L’ultimo ballo di Cohen, ancora un po’ di poesia in 9 bellissime canzoni
Domani esce “Thanks for the dance”: brani dell’ultimo periodo del cantautore canadese lucidati e arrangiati dal figlio Adam e da un pool di grandi musicisti
Quello che più ci mancherà di Leonard Cohen, e lo sappiamo fin dalla sua morte, è il suo sguardo sul mondo, la capacità di mettere insieme amore e conflitto, eros e religione, pessimismo e speranza, ironia e disperazione. “Thanks for the dance” che esce domani e che, come ha spiegato il figlio Adam, sarà il suo ultimo album, ci dà la misura di questa perdita.
Nove canzoni, non scarti ma testi di grande spessore, scritti per la maggior parte nello stesso periodo in cui nasceva “You want it darker” (2016) e musicati da Adam Cohen con l’aiuto di una robusta pattuglia: Daniel Lanois, Beck, Damien Rice, Leslie Feist, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, Bryce Dessner dei National, Patrick Watson, Jennifer Warnes e soprattutto Javier Mas, che imbracciando la chitarra di Leonard definisce la cifra musicale.
Il disco per eleganza ricorda gli ultimi tour, ma ha arrangiamenti più asciutti, che lasciano respirare le parole del cantautore canadese. Che già in “Happens to the heart” torna a squadernare i temi cari fin dal primo libro di poesie del 1956: Dio, il pensiero, le donne. Dopo una dichiarazione di modestia à la Cohen, «Ho sempre lavorato con costanza/ma non l’ho mai chiamata arte», prosegue: «Ho messo insieme la mia merda incontrando Cristo e leggendo Marx. Il mio fuoco ha fallito, ma la scintilla morente è luminosa». Poi, come in un’appendice alla “Tower of song”, si colloca nella «prigione dei dotati» dove, grazie all’amicizia con le guardie, non è costretto a «testimoniare cosa succede al cuore».
“Moving on” racconta la fine di un rapporto e si chiede: «Chi sta voltando pagina? Chi prende in giro chi?». “The night of Santiago” (testo già usato da Philip Glass) è la storia di un doppio adulterio: «La notte di Santiago stavo passando di lì, così la portai al fiume come qualsiasi uomo avrebbe fatto». Cohen torna su un fiume come aveva fatto nella sua prima canzone celebre, in cui era Suzanne a condurlo sulla riva.
“Thanks for the dance” era uscita sul disco della ex compagna Anjani Thomas “Blue Alert”, ed è l’anatomia di un amore sofferto: «Grazie per il ballo, mi dispiace che tu sia stanca, la serata è appena iniziata». È difficile non allargare il raggio a un ulteriore sguardo sulla porzione finale della vita, un’ultima danza, sebbene il pezzo sia vecchio di un decennio. La commistione tra amore e dolore ritorna in “It’s Torn”, mentre “The goal” fotografa l’ultimo Cohen nella sua villetta di Los Angeles: «Non posso uscire di casa o rispondere al telefono, sono di nuovo in caduta libera, ma non sono solo. Finalmente sistemo i conti con l’anima», prima di una chiosa amara e formidabile: «Nessuno da seguire, niente da insegnare, se non che la meta non è a portata di mano». La marcia di “Puppets” parte dall’olocausto e ha un cuore politico, mostrando la spregiudicatezza di presidenti che ordinano guerre di devastazione.
“The Hills” apriva la raccolta poetica “Il libro del desiderio” e riflette sul senso di impotenza: «Il mio foglio era troppo bianco, il mio inchiostro troppo labile, il giorno non avrebbe scritto quel che la notte abbozzava». Invece si arriva alla fine con la consapevolezza di quanta nostalgia avremo per questa voce potente e ancora bellissima da ascoltare, anche se è lo stesso Cohen, in “Listen to the hummingbird”, a ridimensionarsi: «Ascoltate il colibrì, le cui ali non potete vedere, ascoltate l’idea di Dio, che non ha bisogno di essere, non ascoltate me». Un consiglio che decisamente non è il caso di seguire. —
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