Gioco
“La gioia” di Pippo Delbono, lo spettacolo a Pontedera: «Si va in viaggio in un tempo buio, per arrivare dove c’è luce»
Lo show, reduce da un grande successo a Parigi, è il primo dopo la morte di Bobò: «Ma lui rivivrà sulla scena»
PONTEDERA. La prima volta senza Bobò. Un’assenza con cui Pippo Delbono deve fare i conti. Che prende una forma apparentemente paradossale e contraddittoria: “La gioia”. Titola così l’ultima fatica di Pippo Delbono che dopo il trionfo parigino – tutto esaurito per tre settimane al Théâtre du Rond Point – oggi, venerdì 15 novembre, arriva a Pontedera, al teatro Era, in esclusiva regionale.
Cos’è la gioia per Pippo Delbono? Una sorta di elaborazione del lutto?
«Penso alla gioia come a qualcosa che c’entra con l’uscita dalla lotta, dal dolore, dal buio. Ma la gioia per me è anche un approdo controverso, una sensazione instabile, specie in questo momento che la perdita di Bobò è ancora viva, bruciante. La gioia è il sentimento più bello e misterioso, frutto di una circostanza unica e di un viaggio attraverso i sentimenti più estremi, come l’angoscia, la felicità, l’entusiasmo».
Però il titolo dello spettacolo è secco, quasi una sentenza.
«La gioia è una parola che mi spaventa, che mi ricorda immagini di famiglie felici, bambini felici, paesaggi felici. Che fine hanno fatto? Oggi è una parola banalizzata dal marketing: prendi questo, usa quello, consuma quest’altro e starai bene, sarai contento. Ma la vera gioia è un mistero, è qualcosa di più profondo che ciascuno deve trovare, o almeno cercare, dentro di sé».
Come è nato lo spettacolo, il primo senza Bobò?
«Ero partito da “La morte di Ivan Il’ic” di Tolstoj, dove il protagonista ripercorre la sua esistenza e i periodi più tristi della sua vita con uno sguardo nuovo, carico di pace e dolcezza. Poi questo percorso ha preso altre strade. Più intime. Più personali. Direi che è prima di tutto uno spettacolo sull’incontro. Un attraversamento della follia. La mia, la nostra, quella del nostro tempo. Un tempo buio, fatto di buchi neri, dove però voglio ancora poter gridare: più luce, datemi più luce».
Da dove arriva questa luce per Pippo Delbono?
«Dalla mia compagnia, un cammino che stiamo facendo insieme da più di 20 anni e di cui questa è un’altra tappa. Il gruppo è nato da incontri, con attori, danzatori ma soprattutto con persone. Individui che provengono da luoghi diversi della vita. Penso soprattutto a Bobò, un uomo che ha vissuto per 47 anni nel manicomio di Aversa, dove l’ho incontrato nel 1995. Un sordomuto, un analfabeta che è diventato il protagonista assoluto di tutti i miei spettacoli, di tutti i miei film e delle mie opere liriche. Un uomo che ha rivoluzionato i linguaggi del teatro. Il suo essere diverso ha contaminato fortemente il mio lavoro. E questo spettacolo è il cuore di questa storia».
Come rivivrà Bobò ne “La gioia”?
Attraverso la sua voce. Continuerà ad essere una presenza-assenza dentro e fuori la scena. Che sarà spoglia, come quella di miei primi lavori: uno spazio vuoto, povero, essenziale. Uno spazio che viene via via coperto di elementi, che ci portano in altri luoghi, come fossero le stagioni di un tempo che passa. Un vortice di storie personali, di maschere, danze, clownerie, memorie sfuggenti, immagini di persone alla ricerca della gioia. Di un contatto, di uno scampolo di felicità. Ma ogni replica regala una sorpresa, a chi decide di mettersi in cammino e seguire il ritmo della compagnia e di questa ricerca infinita».
Un teatro ancora vivo, che sa comunicare e coinvolgere, nonostante i tempi bui che ci circondano.
«Ovunque nel mondo ci sono segni di recessione e di innovazione, ci sono slanci e remore, sempre più chiusure ma anche insperate aperture, fughe e accerchiamenti, movimenti che guardano alla democrazia altri che puntano sul disfattismo. Il teatro li riflette. Anche in Italia. Forse c’è meno ricerca ma vedo giovani compagnie che nonostante il grigiore riescono a creare il loro teatro di luce». —
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