Sicurezza
Christian De Sica torna con una commedia horror omaggio a babbo Vittorio
ROMA. “Sono solo fantasmi” di e con Christian De Sica, in sala da giovedì, è uno strano film che mescola horror, commedia e amarcord. Ed è un chiaro omaggio al grande Vittorio De Sica che nel finale compare anche nei panni di un Christian sempre più simile a lui. Non finisce qui, perché tra i protagonisti c’è anche un altro figlio d’arte come Gian Marco Tognazzi, al quale viene affidato, non a caso, il nome del padre, Ugo.
Questa la storia del film che nelle parti horror è davvero da paura. Thomas (De Sica), mago in bolletta, e Carlo (Carlo Buccirosso) napoletano altrettanto sfigato con moglie e suocero settentrionali che lo disprezzano, sono due fratellastri che si rincontrano a Napoli per la morte del padre Vittorio, giocatore incallito e donnaiolo (di nome e di fatto identico al padre vero di Christian). Qui i due scoprono di avere un terzo fratello, Ugo (Tognazzi). L’eredità agognata dai tre sfuma subito a causa dei debiti del padre, e così i fratelli in bolletta si inventano un lavoro: mettere su una ditta di acchiappa fantasmi.
«“In realtà volevo fare un remake di “Oscar insanguinato” con me e Boldi intenzionati ad uccidere la Detassis e tutti i critici che non ci hanno dato mai grandi soddisfazioni – dice scherzando De Sica – Ma poi ho diretto questo mio nono film da regista con tutte le difficoltà nel mescolare commedia e horror. E in questo devo dire grazie a mio figlio Brando che è un vero esperto del genere».
Innegabili i biografici del film. «Certo che ci sono, come è certo che è un omaggio a mio padre – aggiunge – da qui anche l’ispirazione di mettere insieme tre fratelli con madri diverse. Ma il vero omaggio a lui sarebbe riuscire a fare finalmente il film “La porta del cielo” con la bella storia d’amore tra mio padre e mia madre. Oggi sono troppo vecchio per interpretare mio padre a 45 anni, ma sarebbe bello fare questo film. Questo – dice ancora De Sica – è un paese che dimentica troppo facilmente e così ogni volta che si parla di mio padre sono felice. L’ho perso a 23 anni e devo dire che mi manca tanto. Anche lavorando con Gian Marco ho visto che cita il padre almeno tre volte al giorno, ma io e lui abbiamo un vantaggio: se abbiamo nostalgia dei nostri padri possiamo comunque vedere un loro film».
Gli fa eco Tognazzi: «Credo che in questo film, anche per il nome che porto, Ugo, ci sia stato un vero transfer. E penso proprio che i nostri padri ci abbiano protetto». —
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