Gioco
Il romanzo di Modì, la vita affascinante del giovane borghese fra arte e bohème
Angelo Longoni, da anni studioso del pittore livornese, gli dedica la biografia romanzata “Modigliani il principe”
Oggi alle ore 17.30 Angelo Longoni presenta alla Biblioteca dei Bottini dell’Olio a Livorno il suo nuovo libro: “Modigliani il principe” (Giunti), una biografia romanzata in cui la vita dell’artista è narrata non in modo documentaristico, ma sul filo dell’emozione, grazie anche alla potente capacità di scrittura scenica dell’autore. Un testo senza forzature narrative, rigoroso per quanto riguarda fatti e personaggi.
Longoni, lei studia Modigliani da tanto tempo. Cosa l’affascina di questo pittore?
«A volte si rimane affascinati da qualcosa o qualcuno senza sapere il perché. Di certo da ragazzo lessi un libro sulla bohème parigina e da quel libro Amedeo Modigliani non mi ha più lasciato, mi hanno affascinato la sua vita sfortunata ma ricchissima di avvenimenti e il fatto che non abbia potuto godere della fortuna che ha conosciuto dopo la morte. La fortuna postuma ha sempre un che di tragico che rende mitici i personaggi, è la storia dell’eterno secondo, la sconfitta lo mitizza. E poi c’è il fatto che Modigliani era parte di quel crogiolo di idee che è stata Parigi all’inizio del secolo scorso, la Bohème era una specie di rivolta analoga agli anni Settanta che abbiamo vissuto noi: un periodo psichedelico nell’arte e anche nel costume».
Quanto è stato genio “maledetto”, Modigliani?
«Questo è proprio il punto centrale del libro. L’essere “maledetto” non era connaturato al suo carattere. Modigliani era un borghese, proveniente da una famiglia benestante caduta in disgrazia, la madre era una donna colta, di nascita non era certo un “maledetto”. Il problema nacque quando si ammalò di tubercolosi, lui non resistette alla piccola comunità livornese in cui tutti sapevano tutto di tutti, per questo decise di trasferirsi a Parigi dove la grande metropoli gli avrebbe garantito l’anonimato per la malattia. La debolezza, la fragilità e in qualche modo la vergogna della malattia lo hanno spinto a voler dimostrare di sé qualcosa che non era: gli eccessi della vita notturna, quelli spettacolari del suo carattere. La fortuna è arrivata solo alla fine, quando la tubercolosi ormai non era più gestibile».
Nonostante queste difficoltà l’artista è riuscito a cogliere la bellezza della vita.
«Certo, perché quando stava bene non si ricordava più di essere malato. Era bello e amato dalle donne, che erano la sua passione e che ha messo al centro della sua pittura».
Che amante è stato Modigliani?
«Stiamo parlando di una persona che è morta a 36 anni. È stato quasi sempre un ragazzo, la sua è la storia di un giovane che si è trasferito a Parigi e ha avuto relazioni con donne giovani, ragazze. Per esempio Anna Achmatova, che poi è diventata una delle più grandi poetesse russe, quando ha incontrato Modigliani aveva solo 19 anni e si era appena sposata, era in viaggio di nozze nella capitale francese con il marito importante che non amava. Lei e l’artista livornese si conobbero e si innamorarono perdutamente. La loro è proprio una storia di giovani, quasi irresponsabili, ma divertente e sensuale. Tutte le storie che ha avuto erano in preda alle esagerazioni, alle insofferenze, condite da alcol e droghe. Si è calmato quando ha incontrato Jeanne che è stata il grande amore della sua vita. Le donne lo cercavano anche per il suo fare aristocratico. È stato un grande amante».
Longoni, perché Modigliani continua ad affascinare tanto?
«Innanzi tutto perché è molto riconoscibile anche da chi non è esperto d’arte. Il suo tratto è inconfondibile, come quello di Caravaggio. Piace la sua pittura, non so quanto piaccia la sua vita. A me è piaciuta tantissimo». —
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