Il Tirreno

Musulmani fra futuro e stereotipi nel nuovo romanzo di Laroui

Flavia Piccinni
Musulmani fra futuro e stereotipi nel nuovo romanzo di Laroui

L’autore di origini marocchine, e che vive in Olanda, presenta oggi  al Pisa Book Festival “Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi”  

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il libro

Tornare alle origini, o restare inchiodati al proprio tempo? Affrontare con uno sguardo cinico il passato, o proiettarsi nel futuro dimenticando tutto quello che è stato? Prova a rispondere a questi interrogativi – con uno straordinario gusto della provocazione sempre votata alla riflessione e all’incontro dei pensieri – Fouad Laroui, scrittore d’origine marocchina classe 1958, già vincitore del prestigioso premio Goncourt, che presenterà in anteprima nazionale il suo ultimo romanzo, “Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi” (Del Vecchio Editore, pp. 300) oggi al Pisa Book Festival (ore 15, Sala Rossa, con Raffaello Palumbo Mosca).

Il testo è una sorta di viaggio nelle contraddizioni Occidentali, seguendo lo sguardo e le vicessitudini di un uomo smarrito, Adam Sijilmassi. «Proprio come nel romanzo – spiega l’autore a Il Tirreno – una volta mi trovavo in un bell’aereo della Lufthansa, a trentamila piedi da terra, di ritorno da un viaggio d’affari in cui avevo venduto qualche milione di tonnellate di fosfati agli indiani o ai cinesi, quando di colpo mi sono chiesto: che ci faccio qui? E ho iniziato a pensare a quanto la mia vita fosse diversa da quella di mio padre o di mio nonno. Certo noi abitanti dei Paesi d’Africa e d’Oriente abbiamo dovuto percorrere in due generazioni la strada che gli europei hanno impiegato tre secoli a compiere».

Che evoluzione ha avuto la sua cristi esistenziale?

«È finita all’arrivo all’aeroporto di Casablanca, ma successivamente mi sono chiesto cosa sarebbe successo se avessi deciso, in quel momento, di cambiare radicalmente vita, di tornare alla vita e al pensiero dei miei antenati. È così che è nato questo romanzo».

Il suo libro è anche un’intelligente e profonda requisitoria contro l’intolleranza. Può spiegarci quali sono secondo lei gli stereotipi più comuni che investono i musulmani?

«Lo stereotipo più diffuso è probabilmente quello che vuole i musulmani chiusi in una sorta di “cerchio di ferro” della religione, da cui non possono uscire. In realtà, un buon numero dei cosiddetti “musulmani” dei Paesi Bassi, dove vivo, sono agnostici o atei. Conosco molte persone, anche in Marocco, che sono atee o completamente indifferenti rispetto alla religione. Si limitano a seguirne talvolta qualche rito, come il ramadan, proprio come certi europei festeggiano magari il Natale dimenticando che si tratta della nascita di Gesù».

La lingua e ciò che sottende sono alla base del suo libro. Come si combatte l’incomprensione culturale?

«Con la cultura, appunto. Tutte le manifestazioni culturali possono contribuire a far conoscere “l’altro” e combattere così l’incomprensione oggi così diffusa». —

Flavia Piccinni

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