Il Tirreno

firenze: france odeon 

Valeria Golino in “Dernier amour” «I francesi mi hanno adottata»

Gabriele Rizza

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FIRENZE. Una diva con i piedi per terra Valeria Golino. Che ama il suo lavoro e si ritiene una privilegiata a poterlo fare ancora a 54 anni. Li porta con freschezza invidiabile e una vivacità infantile e giocosa, i suoi anni Valeria Golino, ospite di France Odeon dove ha presentato “Dernier amour” di Benoit Jacquot, l’ultimo Casanova (Vincent Lindon), esule a Londra dopo la fuga dai Piombi veneziani, a rimasticare il passato e tingere di malinconia un futuro dissolto.

«Il mio è un piccolo ruolo – racconta Valeria – che mi ha obbligato a studiare e interpretare un’aria di Haendel naturalmente doppiata. Sono un flash back, una cantante lirica, l’unica donna che Casanova ha sposato, forse l’unica che ha veramente amato, e da cui ha avuto un figlio. Jacquot è un regista sensibile, gli sguardi fra me e Lindon dicono tutto, anche aiutati dalla lunga amicizia che ci lega».

Lei lavora spesso in Francia, che rapporto ha con i cugini d’Oltralpe?

«I francesi sono un pubblico di cinefili. Se gli piaci sono portati ad adottarti. Mi hanno scoperto con “Respiro” di Crialese e da allora faccio parte del loro immaginario. Verso noi italiani persiste, nonostante tutte le fratture che agitano i rapporti fra i due paesi, un alto livello di curiosità ma anche di condiscendenza, come se in fondo fossimo innocui. Parigi è una grande promessa di felicità che poi però non arriva. Resta il fatto che le cose più belle, senza dimenticare i due anni americani, l’ho fatte in Italia, con Salvatores, Soldini, Paravidino, a partire da Lina Wertmuller, che mi ha scoperto anche se mi ha fatto soffrire, era terribile sul set, mi rimproverava senza pietà, poi però finito di girare era molto materna».

Valeria Golino attrice, regista, donna. Come si vede?

«Vivo quella che chiamerei una ansia di molteplicità. Come a voler essere ogni volta un’altra da me, quella che non sono. Senza sembrare troppo complicata il mio è uno stato d’animo irrequieto. Da artista non riesco ad avere certezze, sul lavoro sono sempre aggredita dai dubbi, ma come cittadina difendo le mie opinioni, anche se confesso di non avere un grande coraggio ideologico».

Una natura quasi pirandelliana, che nasce forse dal suo essere meridionale.

«Amo il sud, tutto il sud del mondo, il sud mi piace, mi mette allegria, il sud è l’idea di felicità dell’anima che mi appartiene, anche se mi dico che quando recito mi piacerebbe avere più ironia».

A quando il terzo film da regista?

«Spero presto. Con le sceneggiatrici Valia Santella e Francesca Marciano stiamo lavorando su “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Intanto, per restare in Francia, farò il film di Michela Cescon “Occhi blu”, una coproduzione che mi vede insieme a Jean-Hughes Anglade».

Un titolo che sembra una dedica. Valeria sgrana gli occhi.

Gabriele Rizza

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