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Ian Anderson: «Ok i nuovi dischi dei Jethro Tull ma io voglio anche sentire l’odore delle rose»
La storica band sarà in concerto a Firenze il 5 novembre. Il leader si racconta con un filo di ironia e parla dei progetti futuri
intervista
Tornano in Italia i Jethro Tull per un nuovo bagno di folla. Del resto, non è un mistero: il nostro paese ha sempre amato la band britannica, fin dai suoi primissimi dischi. Il concerto fiorentino, in programma martedì 5 novembre al Teatro Verdi (ore 20,45 biglietti ancora disponibili da 40 a 92 euro a seconda dei settori) sarà quindi una nuova occasione per apprezzare una delle più originali formazioni che il rock abbia mai avuto, oltre che tra le più longeve, guidata dall’indiscusso leader Ian Anderson.
Il quale, a dispetto dell’età (72 anni compiuti in agosto) continua a muoversi sul palco con l’entusiasmo di un ragazzino ed a progettare sempre nuove cose per sorprendere anche i fan più attempati. «Cerco ogni volta di apportare modifiche alla scaletta – spiega – e le canzoni sono accompagnate da video ed immagini proiettate da un grande schermo per creare la giusta atmosfera. Ma sto già lavorando ora su setlist e nuovo materiale video, perché intendo approfondire un diverso aspetto del nostro suono nel prossimo anno o due di tour».
Insomma, Anderson, i Jethro Tull guardano ancora al futuro. Però a breve uscirà la vostra prima biografia ufficiale.
«Sono stato contattato da un editore entusiasta e il giornalista Mark Blake ha accettato di scrivere il libro con l’aiuto di musicisti e persone coinvolte coi Tull. “The Ballad Of Jethro Tull” è una celebrazione dei 50 anni della band e, in particolare, la storia di come siamo arrivati a formarci e svilupparci nel corso del primo decennio. Ci saranno un sacco di immagini fotografiche dalla mia collezione personale, ma anche una serie di divertenti aneddoti dei vecchi tempi e il racconto degli eventi che ci hanno portato al successo».
Secondo lei, perché i Jethro Tull hanno un seguito così numeroso in Italia?
«I paesi latini, in generale, ci hanno supportato fin dai primi anni Settanta e, accanto ai fan più anziani, oggi ci sono sempre molti ragazzi nel pubblico, specialmente durante gli spettacoli all’aperto in estate. Forse la cultura e il temperamento latino si adattano alla nostra musica. Strano, visto che sono un inglese pallido, con emozioni represse e modi distaccati».
Cosa pensa della Brexit?
«In questo momento, la cosa migliore sarebbe indire un altro referendum. Almeno così si guadagnerebbe tempo e, si spera, si permetterebbe al Regno Unito di restare nell’Unione europea. Dopo tutto, nel 2016 il 48 per cento di noi ha votato per rimanere. L’altro 52 per cento potrebbe aver cambiato idea».
La vostra musica è sempre stata piena di influenze. Quali artisti o quali band riconosce come vostri modelli?
«È vero, però io ascolto soprattutto musica classica, fin dal 1973. Non sono un vero fan del rock. Per me è molto più interessante ascoltare musica che non posso suonare, piuttosto ciò che mi risulta fin troppo facile da capire e imitare. Handel è attualmente il mio compositore preferito».
Perché decise, quand’era giovane, di suonare il flauto in un gruppo rock?
«C’erano troppi grandi chitarristi in giro: Clapton, Page, Beck, Hendrix e Blackmore. Sapevo che non avrei mai raggiunto il loro livello, così ho cercato un improbabile strumento da introdurre nel blues e nel rock, sperando che Eric Clapton non prendesse in mano anche il flauto».
Ci sarà un nuovo album dei Jethro Tull con nuove canzoni in futuro?
«Sono a metà del percorso, spero per un’uscita a settembre 2020. Quattro canzoni sono pronte, altre tre hanno bisogno di voce e flauto e cinque sono ancora da registrare. Ma non riesco a lavorare sempre, ogni tanto devo far fare una passeggiata al gatto e sentire l’odore delle rose. Il tempo è prezioso alla mia età». —
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