Il Tirreno

Pinocchio è un enigma per l'arte contemporanea

Gabriele Rizza
Un'opera ispirata a Pinocchio in mostra a Villa Bardini (FotoMichele Monastra per Arthemisia)
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Un'opera ispirata a Pinocchio in mostra a Villa Bardini (FotoMichele Monastra per Arthemisia)

Da Giacometti a La Chapelle il famoso burattino diventa una metafora, un luogo mentale nella mostra allestita fino al 22 marzo a Villa Bardini

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Un Pinocchio inedito. È quello che anima gli spazi di Villa Bardini a Firenze. O per meglio dire è la negazione di tutto quello che generalmente, e universalmente, Pinocchio rappresenta. E allora Pinocchio non è un burattino, non è una marionetta, non è un bambino, non è un pezzo di legno, non è un automa né un fantoccio, non è un naso né una icona, men che meno una maschera, un re, figuriamoci un uomo. Ma alla fine Pinocchio, proprio per questo suo essere uno nessuno centomila, non è mai morto. Pinocchio vive e lotta insieme a noi.

Ritagliato dagli artisti chiamati a rinnegarlo, e al tempo stesso esaltarlo, Pinocchio si comporta come la più evoluta delle creature artistiche del Novecento, una macchina futuribile, squisitamente d’avanguardia, pur avendo visto la luce al culmine di un Ottocento tanto positivista quanto tradizionalista, classista e borghese. Il tracciato che la mostra “Enigma Pinocchio. Da Giacometti a La Chapelle” apre, è una carrellata di ipotesi e letture che l’omino collodiano, in bilico tra ingenuità e furbizia, autonomia e soggezione, ragionevolezza e follia, ha innescato sulla fantasia degli artisti.

Curata da Lucia Fiaschi, la mostra racconta questa felice esuberanza. Intercetta stati d’animo e provocazioni, elaborazioni e ossessioni, stupori e fascinazioni. Attraverso una cinquantina di pezzi (sculture in legno, ferro e cartapesta, dipinti, bronzi, foto, video, installazioni multimediali) Pinocchio declina la sua natura inquieta e multiforme, spirito ribelle, natura metamorfica, indomito traghettatore di scomode verità, sotto forma di fiabesche avventure. «Nel corso degli ultimi decenni – puntualizza Lucia Fiaschi – molti intellettuali si sono confrontati con Pinocchio, fornendo ardite interpretazioni della sua vicenda assunta a paradigma di quella umana. E mentre le migliori penne del Novecento consolidavano il mito di Pinocchio, rendendolo interprete delle inquietudini della contemporaneità, gli artisti, libero il nostro personaggio dal vincolo della pagina, lo eleggevano a protagonista del loro universo immaginario». Un immaginario coltivato dal cinema fino dagli esordi e via via proseguito fra Disney, Benigni, Carmelo Bene fino all’ultimo, atteso sugli schermi per Natale, a firma di Matteo Garrone.

Intanto a Villa Bardini il pezzo di legno più famoso del mondo spopola nelle forme più indocili, preso per il naso a turno da artisti (oltre quelli del titolo: Giacometti e La Chapelle), come Munari, Paladino, Calder, Ontani, Ceroli, Paul McCarthy, Jim Dine, Miquel Barcelò, Venturino Venturi, Annette Messager, Oliviero Toscani. Tutti che concorrono all’affermazione che Pinocchio non è Pinocchio. È una stanza mentale. Un cromatismo di percezioni.

Catalogo Giunti. Aperta fino al 22 marzo. Dal martedì alla domenica ore 10-19. Biglietto intero 10 euro. Info 055 20066233. —
 

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