Il Tirreno

Il museo diventa digitale e interattivo, così cambia il nostro modo di fruire l’arte

dario matteoni
Il museo diventa digitale e interattivo, così cambia il nostro modo di fruire l’arte

Con l’uso crescente delle moderne tecnologie si cerca di dare risposta alla richiesta di un maggiore coinvolgimento emotivo dei visitatori 

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le idee

dario matteoni

Narra una leggenda cinese di un pittore che aveva mostrato agli amici il suo quadro più recente. Il dipinto rappresentava uno stretto sentiero che si inoltrava in un parco e, seguendo un corso d’acqua, attraversava una radura e giungeva davanti alla porta di una piccola capanna. Ecco il fatto eccezionale: gli amici si voltano verso il pittore ma egli è ora dentro il quadro, si avvia sul sentiero verso la porticina, si volta, sorride e svanisce dentro la casa. La sparizione del pittore dentro il proprio quadro si presenta come l’immersione concreta, tattile, come l’immedesimazione corporea nell’immagine rappresentata, nei suoi oggetti e nei suoi colori. La leggenda, come notava il filosofo tedesco Walter Benjamin, è anche metafora della modalità tradizionale di fruizione dell’opera d’arte, di quell’attitudine contemplativa da parte dell’osservatore che di fronte a un dipinto si raccoglie e si concentra fino a perdersi in essa.

Una recente installazione realizzata nella mostra “Edward Hopper and the American Hotel” che il Virginia Museum of Fine Arts di Richmond dedica a uno dei più celebri artisti americani sembra seguire le tracce del vecchio pittore cinese. La mostra, attualmente in corso, affronta una delle tematiche che, con maggiore intensità, ricorre nelle opere di Edward Hopper. Le camere di motel, gli appartamenti anonimi raffigurati nelle tele di Hopper trasmettono un senso di solitudine e di frammentazione esistenziale, inquietanti risvolti di quel nomadismo, di quei viaggi in automobile che sono parte essenziale del fascino esercitato ancora oggi dagli Stati Uniti e di quelle fantasie che il cinema e le riviste hanno impresso nel nostro immaginario.

Cinematografica è la ricostruzione tridimensionale del “Western Motel” del 1957, una delle opere più conosciute dell’artista, che la mostra colloca al centro del percorso espositivo. Il “pacchetto” offerto sul sito del museo e già esaurito, offre ai visitatori la possibilità di pernottare in questa trasposizione tridimensionale come in una reale camera di hotel. L’intento è evidente: proporre una simulazione esperienziale di quella estraneità e di quella solitudine in cui Hopper colloca i suoi personaggi. Il visitatore entra fisicamente nell’opera e oltrepassa quei confini tra la materialità dell’anonima stanza di motel e l’immaterialità della rappresentazione. Ma un dato ci sembra interessante notare: lo spettatore non si raccoglie più di fronte all’opera d’arte, ma, con un effetto cinematografico, ha ora l’illusione di trovarsi al centro della rappresentazione.

Con le provocazioni associative del Dadaismo, con il teatro di Bertolt Brecht, con l’affermarsi del cinema, cambia nel Novecento il nostro stile di visione e di ricezione, si afferma l’esigenza di esperire l’opera d’arte da una distanza sempre più ravvicinata e si diffonde la richiesta di una fruizione manipolatoria del prodotto artistico. La modalità del possesso dell’oggetto d’arte presuppone, quindi, un diverso avvicinamento alla sua immagine come riproduzione o proiezione in una nuova realtà visuale. Non vi è dubbio che tale modalità appartenga ai fenomeni artistici mediatici della contemporaneità: le tecnologie digitali sembrano prefigurare le future frontiere della fruizione dell’arte da parte dei visitatori di musei e di mostre.

Nuove terminologie entrano nell’uso corrente: storytellig, immersività, interattività, realtà aumentata, realtà virtuale, gaming. Sono queste le parole che con sempre maggiore frequenza ricorrono nell’attuale dibattito sui musei alla ricerca di strategie per rifondare la relazione tra osservatore e oggetto d’arte. Poiché questo è il nodo vero della questione: quale relazione deve proporsi oggi nella nostra esperienza dell’opera d’arte? Un’esperienza necessariamente implicata con flussi associativi complessi e ramificati nei contenuti e nelle immagini, una relazione non più esclusiva o rigidamente codificata tra l’opera e l’osservatore condiziona e condizionerà in futuro la configurazione di musei e mostre. Un museo non potrà più offrirsi come un sistema chiuso, ma dovrà confrontarsi con la pluralità di linguaggi e di codici di cui sono portatori più estesi gruppi sociali e non rimanere appannaggio di élite culturali.

Come è noto i visitatori sono sempre più attratti dalla capacità del museo di raccontare storie nelle quali immedesimarsi: i prodotti artistici possono diventare parte integrante di una narrazione che, nel suo svolgersi, inserisce videogiochi, istallazioni multimediali, arte digitale. L’introduzione di nuove tecnologie non deve ovviamente oscurare il rapporto tradizionale del visitatore con l’opera d’arte, piuttosto deve rispondere alla richiesta da parte del pubblico del museo di un maggiore coinvolgimento emotivo, di essere attivamente partecipe di un dialogo con gli oggetti, con le collezioni e con il luogo d’esposizione. Numerosi sono i musei che in questi anni hanno aggiornato le modalità di relazione tra il pubblico e le opere esposte. Due case studies, scelti tra i numerosi consultabili in rete, confermano come corrette narrazioni museali, non esenti da qualche artificio di spettacolarità, possano appassionare il pubblico e spingerlo verso maggiori approfondimenti.

La immersion room allestita dal Cooper Hewitt, Smithsonian Design Museum di New York rende attuale la sua collezione di carte da parati: il visitatore sfoglia centinaia di tappezzerie digitalizzate, può proiettarle dal pavimento al soffitto e sulle pareti e può manipolare motivi e colori.

Il Museo Lavazza di Torino, recentemente aperto, pubblicizza sul suo sito la tazzina che ogni visitatore riceve all’ingresso e che gli permette di attivare le istallazioni multimediali e di ricevere maggiori informazioni e soprattutto di accostare un oggetto fortemente simbolico ai propri ricordi.

È forse ancora prematuro parlare della trasformazione del museo in senso digitale. Certo l’introduzione di nuove strumentazioni dovrà trovare una conferma nella prospettiva di un diverso rapporto esperienziale con l’opera d’arte che davvero possa realizzare quel processo di immedesimazione suggerito dalla leggenda del pittore cinese. —

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di Redazione web