Gioco
Dalle riprese di due soldati sul fronte russo nasce “Il varco”, un film insolito e poetico
Gli spezzoni girati 80 anni fa ritrovati nell’Archivio di Pieve Santo Stefano e rimontati dai registi Ferrone e Manzolini
Un regista toscano ha ottenuto la Menzione speciale della giuria a un festival prestigioso come l’Annecy Cinéma Italien con una delle opere più sorprendenti e interessanti dell’anno, prodotta dalla casa di produzione senese Kiné. Si tratta del fiorentino Federico Ferrone che, insieme a Michele Manzolini, ha diretto “Il varco” un film insolito tra la fiction e il documentario, la storia e la poesia. Già applaudito, oltre che ad Annecy, alla Mostra di Venezia, al Salina Doc Fest, al Milano Film Network, è ora nelle sale. Federico Ferrone lo presenterà al cinema Arsenale di Pisa martedì prossimo alle ore 20,30 in un incontro con il pubblico insieme a Stefano Garzonio, docente di Lingua e Letteratura russa dell’Università di Pisa.
Tutto è partito dal ritrovamento, nell’Archivio nazionale dei film di famiglia a Pieve Santo Stefano, di preziosi filmati inediti girati da due soldati italiani durante la campagna di Russia nel 1941 e 1942. Adolfo Franzini ed Enrico Chierici filmarono parallelamente i loro viaggi, che oggi Ferrone e Manzolini hanno fuso in un montaggio comune con il collante di una storia inventata. Quella di un soldato italiano che parte per il fronte sovietico in un ruolo privilegiato, avendo la madre russa e dunque conoscendo la lingua. Attraverso il suo punto di vista lo spettatore si inoltra nel territorio ucraino, tra i ricordi del passato (l’esperienza in Eritrea, l’immagine ricorrente della moglie lasciata a casa) e i disagi del presente (il desiderio del cibo e di un letto caldo).
Ferrone, come è nata l’idea di un’operazione del genere?
«Nell’archivio di Pieve Santo Stefano molti sono i diari dei soldati, ma i filmati privati sono rari. L’intento era quello di dare nuova vita a una pellicola semidistrutta, che poteva essere buttata via e sarebbe rimasta trascurata se noi non avessimo cercato di tirarne fuori tutto il potenziale».
Non sarà stato facile.
«Certo, è stato un lungo lavoro di rimontaggio e ripensamento, perché volevamo che la fiction fosse più vera e rigorosamente storica possibile. Così per la sceneggiatura, scritta con Wu Ming 2, abbiamo usato gli scritti di Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, montati insieme ai diari privati di Franzini e Chierici e di soldati sconosciuti che si chiamavano Guido Balzani e Remo Canetta».
Ma li avete anche rielaborati?
«Non nei fatti o nello spirito. Abbiamo invece lavorato sulla lingua, che non poteva essere quella degli anni Quaranta né intendevamo snaturarla o violentarla. Per questo abbiamo soprattutto cambiato il tono, che non fosse enfatico né troppo privato, e aggiornato i tempi e la punteggiatura».
Le suggestioni del tempo si sprigionano al meglio dalle immagini d’epoca, così graffiate e sciupate da produrre l’incantesimo di scaraventare lo spettatore nel passato...
«La sfida era proprio di creare un film girato nel 1941: il nostro compito era solo quello di dargli una forma. L’essenza dell’operazione consiste nel tornare indietro, tra i fantasmi della memoria, facendo del cinema puro, fatto di immagini».
Però avete anche aggiunto delle riprese girate da voi oggi negli stessi luoghi e le avete miscelate con le antiche.
«Abbiamo scoperto che quei luoghi inquadrati dai soldati della Seconda guerra mondiale sono i medesimi dove si combatte ancora oggi tra russi e ucraini. Quindi abbiamo filmato lo squarcio di un futuro possibile per quel soldato di allora».
Alla bontà del risultato contribuiscono la bella voce narrante di Emidio Clementi e la musica modernissima di Simonluca Laitempergher, che crea un effetto ipnotico adattissimo al clima del film.
«C’era bisogno di una musica dalle sonorità senza melodia, del tutto antinostalgica e attualizzante nei suoni».
Un altro merito del film è quello di rifuggire il didascalico, rimanendo al crocevia tra testimonianza storica, trasfigurazione poetica della memoria ed elegia sul trascorrere del tempo.
«L’intenzione iniziale era quella di affrontare il tema degli anni della guerra e del fascismo, poi è venuta fuori un’opera il cui genere è difficile da definire». —
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