Gioco
Marlene Kuntz in tour «Trent’anni insieme senza mai sclerare»
La band è stasera al Viper a Firenze Godano: «Non ci siamo fossilizzati»
intervista
Trent’anni sono un traguardo di tutto rispetto per una rock band. Ai Marlene Kuntz sono serviti per conquistare una posizione di rilievo nel panorama musicale, anche grazie a una maturazione artistica che li ha condotti, dai primi tre album votati a sonorità di chiara matrice noise, a una maggiore ricchezza di sfumature. Una cifra stilistica che è ormai un marchio di fabbrica, anche grazie alla voce e ai testi di Cristiano Godano. Trenta candeline da spegnere con un tour che parte stasera da Firenze, Viper Theatre, e poi in giro per il paese. «Puoi chiamarla celebrazione, se vuoi – spiega Godano – ma anche festa o, perché no, nozze, anche se non so se d’argento o di quale metallo prezioso. Perché è anche l’occasione per parlare di un sodalizio lungo e molto ricco, caratterizzato da un vivo sentimento di reciproca lealtà. Trent’anni insieme senza sclerare. Insomma, un bel punto d’arrivo».
Godano, a cosa avete pensato per questa celebrazione?
«Si tratta di una serata composta da due distinti concerti: il primo completamente acustico e l’altro invece elettrico, con la riproposizione integrale di “Ho ucciso paranoia” il nostro terzo album, uscito vent’anni fa. Non siamo un gruppo da stadio, non aspettatevi fuochi d’artificio, la nostra dimensione è soprattutto quella dei locali e dei club».
“Ho ucciso paranoia” è anche il disco che chiuse una prima fase della vostra carriera, poi ci fu una maturazione del vostro suono che in molti non vi hanno mai perdonato.
«È vero. All’epoca in tanti ci accusarono di aver perso mordente e ci voltarono le spalle, ma la cosa più sfiancante è che ancora oggi ce lo rinfacciano. Un consiglio: venite al concerto e la prima parte, quella acustica, forse vi farà apprezzare anche la qualità di un percorso con cui abbiamo dimostrato di saperci emancipare e non rimanere fossilizzati in uno schema che ci stava stretto. Ricordo che la pressione fu molto forte, ma abbiamo avuto la forza di andare avanti».
La seconda parte sarà invece per i nostalgici?
«Ci prestiamo volentieri al gioco: la nostalgia è una componente, ma c’è anche il divertimento di suonare oggi quelle canzoni con una perizia e una consapevolezza maggiore di vent’anni fa».
Trent’anni fa i ragazzi ascoltavano il rock, oggi invece c’è la trap...
«Indubbiamente sono linguaggi diversi, ma oggi come allora i ragazzi cercano una forma di immedesimazione connaturata alla loro età. Lo dico perché ad esempio mio figlio fa trap e osservo la sua grande passione. Ovviamente, molto è cambiato: basti pensare che oggi mancano i negozi di dischi, che erano per noi adolescenti un luogo fondamentale per la nostra crescita e di incontro. Ricordo ancora le gite in treno a Torino, organizzate giorni prima dopo aver setacciato le riviste specializzate e con la lista dei vinili da comprare. Ma anche loro hanno le proprie dinamiche, inutile fare paragoni, perché sono cambiate le narrazioni e gli immaginari sono altri». —
Guido Siliotto
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