La moda non la capisco C’è chi veste casual, ma io mi vesto “a casual”
Per gentile concessione della Rizzoli pubblichiamo un brano tratto dal libro di Paolo Bonolis “Perché parlavo da solo”.
paolo bonolis
Invecchiando, si sa, il nostro corpo perde acqua ed elasticità, piano piano ci raggrinziamo, viene meno l’appetito, diminuisce la potenza sessuale, sparisce il desiderio, siamo sempre meno liberi perché compaiono fragilità che vanno assecondate. Pian piano, queste fragilità le noto anche su di me: lo sport mi è sempre piaciuto tanto, ma lo devo praticare in una maniera molto più ridotta. Adesso si innesca una specie di sfida col mio corpo e col tempo che passa: mi accanisco a fare sport e mi diverto a vedere dove riesco ad arrivare nonostante questa lenta decomposizione delle carni.
A calcio, ho sempre giocato nel ruolo del mediano: è un po’ il furiere, quello che si fa carico di tutti gli altri. È colui che va a tamponare dove uno non ce la fa, o che assiste quello che ce la sta facendo per aiutarlo a concludere. È anche quello che si fa più chilometri perché si sposta ovunque. Giocare come mediano mi ha sempre dato grande soddisfazione anche grazie alla fortuna di avere un organismo particolare, che si affatica meno degli altri: a dispetto della generalità brucio il 25% in meno di ossigeno nello sforzo fisico. Almeno, questo succedeva PRIMA e non sentivo la fatica.
Mo avoja se la sento. E sento pure i dolori! Quindi, con tutte le “afflizioni” che mi porto appresso, quando gioco una partita che va a buon fine, sono contento e soddisfatto come se avessi giocato ai livelli di una volta, quando non c’erano acciacchi e i risultati probabilmente erano più lusinghieri. Quello che voglio dire è che, con le armi che mi sono rimaste a disposizione, sono contento di constatare che ancora ce la faccio.
Certo, sebbene il corpo sia tutto sommato sano, non è immune dai segni del tempo. Specialmente da quelli esteriori. Il mio volto è solcato dalle tanto temute rughe. Niente di strano, fanno parte del processo di invecchiamento e le accetto, non c’è problema. Quando vedo il mio faccione sullo schermo, quei solchi non mi infastidiscono, anzi non dedico loro neanche un pensiero fugace. Non sono vanitoso. Non sono tipo da creme e trattamenti vari: non mi vedo con pappette verdi in faccia e cetrioli sugli occhi; rispetto chi si sottopone a quegli intrugli, ma mi sentirei piuttosto ridicolo a metterli.
Cacchio, un Arcimboldo! Così come i trattamenti estetici non sono una mia preoccupazione, non lo è stata neanche mai lontanamente la moda. Quando esco con mia moglie la sera, è capitato diverse volte che davanti all’ascensore Sonia mi squadri dalla testa ai piedi e mi chieda: Da che ti sei vestito?
È una domanda molto maligna. C’è chi si veste casual, e chi si veste “a casual”. Ecco, io appartengo a quest’ultima categoria, senza dubbio.
È che, per quanto mi sforzi, non capirò mai il senso della “moda”. Quest’anno, il must per la donna moderna e sicura di sé è il cappotto blu oltremare. Ma perché? Che vuol dire? Chi l’ha deciso? Mia moglie ci tiene tantissimo, è attenta agli abbinamenti, alle fogge, alle marche, ma non è mai riuscita a spiegarmi (o io a capire) il senso di questa febbrile rincorsa dello stile. A quanto sembra, anche mia figlia Adele, la più piccola, ha lo stesso mio atteggiamento di fronte ai vari brand modaioli. Brava, bella de papà. Non lasciarmi da solo, sostienimi!
Scherzi a parte, la mia immagine è sempre stata secondaria ai miei occhi. Se la gente ha guardato in tutti questi anni quello che ho fatto, credo sia stato per ciò che raccontavo, per come lo raccontavo e non di certo perché ero più o meno bello, meglio o peggio vestito.
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