Il Tirreno

I successi e i ricordi Lucio Battisti canta ancora per noi

Luca Trambusti

Esce il secondo volume di “Master” con tanti capolavori, immagini, aneddoti...  

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il disco

«Alle registrazioni – dice Gaetano Ria, storico fonico di Lucio Battisti – Mogol non veniva mai, arrivava solo alla fine per l’ascolto definitivo. Ricordo – prosegue – Per “Umanamente uomo: il sogno”, la nostra prima collaborazione nel 1972, Lucio volle occuparsi anche del mixaggio finale del disco, che è un elemento essenziale per il risultato finale. Lo fece con passione e come credeva fosse meglio, io non condividevo tutto. Finito il lavoro arriva Mogol, ascolta e alla fine dice: “Bella schifezza” e se ne va! Battisti – ricorda Ria – prese la bobina, la buttò nel cestino e mi disse: “a Gaetà, pensaci tu!». E io rifeci tutto con un risultato diverso».

Questo era Lucio Battisti, un uomo curioso, sperimentatore, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, in tutti i campi. Così lo descrivono Ria, Alberto Radius e Mario Lavezzi, che con lui hanno lavorato per tanti anni. L’occasione per ricordare Lucio arriva con l’uscita del cofanetto (4 Cd o 3 Vinili) “Masters – Vol. 2” che segue di due anni il precedente volume. Il box conta 48 brani, rimasterizzati in alta qualità partendo dai nastri originali. A completare l’opera un libretto di 40 pagine in cui Battisti viene raccontato da molti suoi collaboratori: Renzo Arbore, Alessandro Colombini, Franz Di Cioccio, Alberto Radius, Phil Palmer, Mario Lavezzi e Mara Maionchi.

Ognuno ne esalta gli aspetti artistici e umani. Sempre Ria racconta: «In studio aveva solo i suoi musicisti. Registravano delle musiche definitive con un cantato in finto inglese o delle melodie ben precise, oppure delle parole italiane che Mogol non poteva toccare, intorno alle quali costruiva tutto il testo». Lavezzi invece ricorda le sue tante passioni che spesso condividevano. «Abbiamo avuto un periodo in cui entrambi amavamo la fotografia – dice il musicista milanese – lui era rigoroso, si impegnava, provava, sperimentava e quando aveva raggiunto un buon livello passava ad altro, ma senza superficialità. Ecco era uno sperimentatore. Così a metà anni ‘80, quando il sodalizio con Mogol finì, lui capì che doveva fare altro perché senza quel rapporto nelle canzoni non avrebbe raggiunto lo stesso livello. Così iniziò a cercare forme diverse e lo stesso fece anche Panella per i testi. Già con “Anima Latina” del ‘74 – prosegue Lavezzi – aveva sperimentato, ispirato dal progressive rock dei tempi».

Questo cofanetto, che contiene anche brani meno noti , è un altro tentativo per tenere viva la memoria di Battisti anche se la famiglia spesso si oppone a queste iniziative. «Io non capisco – dice Lavezzi – così non si protegge la sua memoria, ma lo si condanna all’oblio». —

Luca Trambusti

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